I 9, A TALIARCO

Guarda
il Soratte come spicca candido
di
neve alta e al peso più non reggono
le
selve affaticate e per la morsa
gelida
i fiumi si sono fermati.
Dissolvi
il freddo, sopra il focolare
mettendo
legna su legna e da un’anfora
sabina
vino puro di quattr’anni
spilla,
o Taliarco, generosamente.
Agli
dèi lascia il resto: appena i turbini
che
sul bollente mare si scatenano
hanno
prostrato, più nemmeno antichi
frassini
vedi e cipressi agitarsi.
Cosa
domani ti accadrà non chiedere:
qualunque
giorno ti sia dato, ségnalo
a
profitto e le danze e i dolci amori,
giovane
come sei, non disprezzare,
finché
è lontana l’uggiosa canizie
dalla
tua verde età. Ora ti aspettano
il
campo marzio, le piazze, i bisbigli
cheti
ai convegni, sul far della notte,
ora
le risa gradite che sfuggono
alla
fanciulla nascosta in un angolo
e il
pegno tolto a forza dalle braccia
o
dalle dita per finta ribelli.
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II 3, A DELLIO
Sia
nell’avversa che nella prospera
fortuna
serba sereno l’animo:
non
atterrato, né alle stelle,
Dellio:
alla morte non hai riparo
o
che tu viva sempre affliggendoti
o che,
in tranquillo prato adagiandoti,
in ogni
dì festivo goda
vino
Falerno del più invecchiato.
Perché
il gran
pino
col pioppo argenteo
ombra
ospitale danno abbracciandosi?
Perché
si affanna a saltellare
l’onda
fuggente per via tortuosa?
Qui
vino e unguenti fa’ che ti portino
e belle
rose dal fiore effimero,
finché
hai sostanze, età e le nere
Parche
il tuo filo non hanno rotto.
Dovrai
lasciare montani pascoli,
palazzo
e villa sul biondo Tevere:
dovrai
lasciarli: e di ogni bene
accumulato
godrà un erede.
Che
tu sia ricco, dal ceppo d’ Ìnaco
disceso,
o viva nella più squallida
miseria,
non importa: all’Orco
inesorabile
andrai comunque.
Tutti
in un luogo siamo sospinti,
di
tutti l’urna le sorti agita,
che
prima o poi di là usciranno
per
imbarcarci ad esilio eterno.
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II 14, A POSTUMO
Ahi
come rapidi, Postumo, Postumo,
scorrono
gli anni! Né la devozione
ritarderà
d’un attimo le rughe,
la
vecchiaia incalzante, l’indomabile
morte,
nemmeno se per ogni giorno
che
fugge, amico, plachi con trecento
tori
l’inesorabile Plutone,
che
il mostruoso Gerìone e Tizio
rinserra
in quella squallida palude,
le
cui acque dovremo tutti noi
che
consumiamo i frutti della terra
attraversare,
umili o potenti.
Invano
ci asterremo dal cruento
Marte
e dai flutti del mugghiante Adriatico,
invano
temeremo l’autunnale
scirocco
deleterio alla salute.
Dovremo
del Cocìto tenebroso
vedere
l’onda torpida e la schiatta
di
Dànao
malfamata e il figlio d’Eolo,
Sìsifo,
condannato a eterna pena:
dovremo
terra e casa e la diletta
sposa
lasciare, né alcuno di questi
alberi
che coltivi, eccetto il tetro
cipresso,
seguirà il padrone effimero.
Più
degno erede si berrà il tuo Cècubo
da
cento chiavi protetto ed il suolo
bagnerà
di quel vino, più superbo
di
quello delle cene dei Pontefici.
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I 4, A SESTIO

Si
scioglie l’aspro inverno al dolce soffio
di
Zefiro a primavera,
le
chiglie ferme all’asciutto ripigliano il mare,
più
non gode il bestiame della stalla,
né
il contadino del fuoco,
più
i prati non biancheggiano
di
candide brine.
Già
Venere Citerea guida le danze
al
chiarore lunare
e
le Grazie leggiadre per mano alle Ninfe
con
piede alterno battono la terra,
mentre
Vulcano visita
tra
bagliori di fiamme
le
cupe fucine dei Ciclopi.
Ora
è tempo di cingersi il capo lucente
con
verde mirto
o
coi fiori che dalle zolle dischiuse rinascono,
ora
nei boschetti sacri folti d’ombra
è
tempo d’immolare a Fauno,
sia
che chieda un’agnella
o
prediliga un capretto.
Con
piede uguale la pallida Morte
batte
alla porta dei tuguri
e
dei palazzi regali.
O
fortunato Sestio,
il
breve corso della vita ci vieta
di
accarezzare una lunga speranza.
Presto
ti premerà la notte,
e
i Mani favolosi,
e
l’esangue dimora di Plutone,
dove
una volta entrato
non
potrai sorteggiare coi dadi il re del convito,
né
ammirare il tenero Lìcida,
per
il quale ora ardono tutti i giovani
e
presto si scalderanno le fanciulle.
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IV 7, A TORQUATO
Sono
scomparse le nevi, tornano l’erbe ai campi,
agli
alberi le foglie:
rinnova
le sue forme la terra e i fiumi, quieti,
rispettano
le sponde.
La
Grazia con le ninfe e le sorelle audace
guida
nuda le danze.
A non
crederti eterno t’insegna l’anno e l’ora, che la vita
col
giorno ci rapisce.
Mitiga
il freddo Zefiro, la primavera è vinta dall’estate, anch’essa
destinata
a perire,
appena
il fruttifero autunno avrà profuso le sue messi; e subito
torna
l’inerte inverno.
Presto
le lune tuttavia riparano le loro perdite; noi,
una
volta caduti
dove
il pio Enea, dove il ricco Tullo ed Anco,
polvere
ed ombra siamo.
Chissà
se alla somma di oggi un altro domani vorranno
aggiungerti
i Celesti?
Tutto
quello che avrai concesso al tuo cuore sfuggirà alle mani
avide
dell’erede.
Quando
sarai disceso nell’Ade e avrà dato di te il suo giudizio
Minosse,
anche se splendido,
non
te il sangue, Torquato, non te l’eloquenza, non la devozione
riporteranno
in vita:
nemmeno
Diana dalle tenebre infernali
libera
il casto Ippolito,
né
Teseo riesce a spezzare le catene del Lete
all’amato
Pirìtoo.
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COSCIENZA
PURA E AMORE
PROTEGGONO
IL POETA
I
22
Chi
è onesto e senza colpe non di mauri
giavellotti,
né d’archi e di faretre
colme
di frecce intinte nel veleno,
Fusco,
ha bisogno,
sia
che percorra le infuocate Sirti
o
nel Caucaso inospite si addentri
o
visiti quei luoghi che il fiabesco
Idaspe
bagna.
Mentre
infatti cantavo nella selva
Sabina
la mia Làlage e, tranquillo,
vagavo
oltre il confine, da me inerme
fuggì
via un lupo,
un
mostro che non nutre né la Dàunia
bellicosa
nei suoi vasti querceti,
né
la terra di Giuba, di leoni
arida
madre.
Mettimi
in una landa, priva d’ alberi
mossi
dall’aura estiva, in quella zona
del
mondo che da nebbie e da intemperie
maligne
è oppressa;
mettimi
in una terra arsa e dal Sole
troppo
vicino resa inabitabile:
io
Làlage amerò, che dolce ride
e
dolce parla.
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A BARINE
II
8
Se
per i tuoi spergiuri tu soffrissi
qualche
pena, Barine, se scalfisse
la
tua bellezza un dente o solo un’unghia
un
po’ annerita,
ti
crederei. Ma tu, come hai giurato
sulla
tua testa perfida, risplendi
sempre
più bella e ai giovani, al tuo incedere,
tormenti
il cuore.
A
te le chiuse ceneri materne
giova
ingannare e le tacenti stelle
con
tutto il cielo e i numi che non soffrono
gelo
di morte.
Venere
stessa ride, certo, ridono
le
ingenue Ninfe ed il crudele Amore
che
affila sulla cote insanguinata
le
frecce ardenti.
Tutti
quanti per te crescono i giovani,
tuoi
nuovi schiavi, né quelli più vecchi
lasciano
la sacrilega padrona,
pur
minacciando.
Te
temono le madri per i loro
giovincelli,
te i vecchi avari, te
le
sposine che al tuo effluvio cedano
vinti
i mariti.
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A DIANA
III
22
Di
monti e boschi, Vergine, custode,
che,
tre volte invocata, assisti e salvi
dalla
morte le spose partorienti,
dea
di tre forme,
il
pino che sovrasta la mia villa
a
te consacro: ogni anno gli offrirò
lieto
il sangue d’un verro che prepara
un
colpo obliquo.
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I 11,
CARPE DIEM
Tu
non chiedere – è illecito saperlo –
quale a me, quale a te
sia la fine assegnata dagli dèi,
Leucònoe, né scrutare
gli oroscopi caldei. Quanto più giova
prendere quel che viene!
Che sian molti gl’inverni a noi concessi
da Giove o che sia l’ultimo
questo che contro le opposte scogliere
infrange il mar Tirreno,
sii saggia, filtra il vino ed una lunga
speranza in breve spazio
restringi. Mentre noi parliamo, il tempo
avverso è già fuggito.
Cogli il presente e non riporre alcuna
fiducia nel domani.
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