"Il patrimonio greco, criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana" (Benedetto XVI) "La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma" (Benedetto XVI)
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PROPERZIO, L’OMBRA DI CINZIA, IV 7
Sono
qualcosa i Mani: non cancella
tutto la morte: pallida si leva
dal vinto rogo l’ombra. E infatti Cinzia,
sotterrata da poco al rumoroso
margine della via, mi apparve china
sul capezzale, quando, celebrate
le esequie del mio amore, mi pendeva
sugli occhi il sonno incerto e mi dolevo
del vuoto letto, gelido mio regno.
Aveva le medesime sembianze
di quando fu portata via: gli stessi
capelli, gli stessi occhi; un po’ bruciata
la veste al fianco; roso dalla fiamma
il berillo che aveva sempre al dito;
l’acqua del Lete aveva levigato
la superficie delle labbra. Emise
respiro e voce come di vivente,
ma fragili le mani scricchiolarono.
“Perfido, e tale che mai più fiducia
potrai ispirare ad una donna, il sonno
già ti vince? Ti sono già caduti
dalla mente i furtivi appuntamenti
nell’insonne Suburra e le frequenti
evasioni attraverso la finestra
tramate col favore della notte?
Quante volte, sospesa ad una fune,
una mano poi l’altra, sono scesa
fino a precipitarti tra le braccia?
Spesso ci amammo all’angolo d’un trivio
e, coi petti premuti, riscaldammo
con i nostri mantelli anche la via.
Ahimè patto segreto, le cui false
parole i venti rapidi dispersero
per non udirle! Oh ma per me nessuno
pianse, invocando i miei occhi morenti:
se mi avessi chiamata, un giorno ancora
avrei ottenuto. Non ci fu un custode
che mi vegliò con la canna spaccata
e il mio povero capo ebbe a cuscino
una tegola rotta. Chi ti vide
curvo al mio funerale, chi di lacrime
intiepidire la tua nera toga?
Se ti seccava andare oltre le porte,
potevi almeno chiedere che il feretro
avanzasse fin là più lentamente.
Perché tu stesso, ingrato, non pregasti
i venti di soffiare sul mio rogo?
Perché non profumarono di nardo
le mie fiamme? Anche questo ti pesava:
deporre sopra il rogo dei giacinti
di poco prezzo e rompere una brocca
di vino ad espiazione delle ceneri?
Sia messo al fuoco Lìgdamo, per lui
si arroventi la piastra dello schiavo
(capii l’inganno quando bevvi vino
livido di veleno); oppure Nòmade,
quella scaltra, si astenga dal ricorrere
ai suoi magici filtri: un coccio ardente
rivelerà le sue mani colpevoli.
Colei che si vedeva poco fa
vendere per la strada le sue notti
a vile prezzo, adesso spazza il suolo
con la veste dorata e, se a un’ancella
un po’ ciarliera sfugge una parola
di lode per la mia bellezza, subito
le assegna dei canestri smisurati
di lana da filare; e la mia Pètale,
poiché ha portato fiori alla mia tomba,
soffre il castigo d’un immondo ceppo,
pur così vecchia; e Làlage, sospesa
per gli attorti capelli, è staffilata
per aver supplicato a nome mio.
Costei s’è fuso, e tu gliel’hai permesso,
l’oro della mia immagine per farsi
la dote con le fiamme del mio rogo.
Non ti tormento tuttavia, Properzio,
sebbene tu lo meriti: ho regnato
per lungo tempo nei tuoi libri. Giuro
sui decreti immutabili del Fato
(ed il cane tricipite addolcisca
per me la voce) che ti sono stata
sempre fedele. Se ti dico il falso,
sibili sul mio tumulo la vipera
e s’accovacci sopra le mie ossa.
E’ duplice la sede a cui la sorte
lungo l’orrendo fiume ci sospinge:
segue distinte vie l’intera turba.
Da una parte trascina la corrente
l’adulterio di Clitennestra e il turpe
mostro di legno della falsa vacca
cretese. Dalla parte opposta invece
scivola sopra l’onda, ecco, un battello
cinto di fiori verso sponde, dove
accarezza le rose elisie un dolce
venticello e all’intorno si diffondono
suoni di cetre melodiose e cembali
di Cìbele ed ai plettri lidii danzano
cori mitrati. Andròmeda e Ipermestra,
spose fedeli, narrano le note
vicende della loro storia: l’una
lamenta il lividore delle braccia
e le mani innocenti esposte al gelido
scoglio; Ipermestra racconta l’immane
delitto delle sue sorelle, a cui
il suo cuore non seppe consentire.
Col pianto della morte consoliamo
così gli amori della vita: io taccio
le molte colpe della tua perfidia.
Ora però, se ti rimane ancora
un po’ di cuore, se l’erba di Clori
non ti soggioga, adempi i miei voleri.
A Partenie, la mia buona nutrice,
non manchi nulla nei suoi tremuli anni:
ella non fu mai avida con te,
pur potendolo. E Latri, la mia gioia,
che ha nome dal suo compito di ancella,
non sia costretta a porgere lo specchio
alla nuova padrona. E tutti i versi
che hai composto in mio onore, dàlli al fuoco:
cessa di conservare quelle lodi
che appartengono a me. Cura che l’edera
cresca sul mio sepolcro: con la selva
dei suoi tralci e dei suoi freschi corimbi
avviluppi le mie tenere ossa.
E là dove l’Aniene rigoglioso
di frutti si distende in mezzo ai campi
fronzuti e dove mai non ingiallisce
l’avorio per la protezione d’Ercole,
incidi un epitaffio di me degno
in mezzo a una colonna, ma conciso,
tale che il passeggero proveniente
da Roma possa leggerlo a gran passo:
Qui giace, in terra tiburtina, l’aurea
Cinzia: per te novella gloria, Aniene.
Tu non sprezzare i sogni che provengono
dalle pie porte: quando i sogni pii
si presentano, contano pur qualcosa.
Di notte erriamo qua e là, la notte
libera le ombre laggiù relegate.
Cerbero stesso, tolto il catenaccio,
va in giro. All’apparire della luce
la legge impone di tornare ai laghi
del Lete: c’imbarchiamo ed il nocchiero
passa in rassegna il carico imbarcato.
Altre ora ti possiedano, tra poco
t’avrò io sola: l’ossa mie alle tue
s’avvinghieranno in un eterno amplesso.
Cessati gli aspri suoi lamenti, l’ombra
si dileguò sciogliendosi ai miei abbracci.
Pietro Rapezzi
Nell'immagine: Properzio e Cinzia, XV sec., miniatura, Properzio, Elegiae, ms.915, f.1v, Biblioteca Casanatense, Roma
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