M. Lentano, Lucreazia. Vita e morte di una matrona
romana. Roma, Carocci, 2021
L’autore,
docente di latino all’università
di Siena, affronta una biografia inconsueta, il personaggio di un
“mito”: per
quanto dissentiamo dall’uso del termine, che non può riferirsi ad un
personaggio di una cultura, quella romana, che non ha mai avuto “miti”
ma solo
personaggi storici, salvo l’utilizzo letterario di miti greci, come non
ha mai
avuto poemi epici ma solo poemi storici (compresa l’Eneide),
fino alle imitazioni di Stazio e Flacco in età flaviana,
accogliamo l’accezione spiegata nella premessa, a pag.11: racconto
nel quale un’intera cultura ha riconosciuto per secoli alcuni
contenuti fondanti della propria identità. Appunto questi contenuti
l’autore ricerca nella storia di Lucrezia, attraverso le diverse fonti
antiche:
anzitutto la concezione della donna e della moglie nell’età più arcaica
di
Roma; e in secondo luogo il concetto di adulterio come corruzione del
sangue
(adulterato, appunto) della donna e quindi della stirpe in cui è
entrata per
matrimonio. I personaggi in gioco sono approfonditi da diversi punti di
vista:
la vanteria di Collatino è paragonata alla vanteria di Candaule nel logos erodoteo: entrambi mettono in
moto, per un’indiscrezione nei confronti della moglie (che sia per la
bellezza
o che sia per la virtù) una vicenda pericolosa; Bruto, il finto sciocco
divenuto liberatore di Roma, è osservato nelle sue ambiguità e
rigidezze, fino
all’esclusione di Tarquinio Collatino stesso come collega di consolato,
in quanto
appartenente alla stessa gens dei
tiranni; di Lucrezia è analizzata soprattutto la modalità della
denuncia
pubblica, paragonabile ad un processo in cui è presunta colpevole,
vittima,
testimone, giudice e boia. Molto curata è soprattutto l’analisi delle
parole
usate dagli autori, con un’attenzione al significato e ai contesti
specifici.
L’evoluzione
dei personaggi e
della storia è poi seguita nel tempo, dalle riletture cristiane alle
molte
riprese fino al ‘900: uno spazio particolare è dato a sant’Agostino,
voce fuori
dal coro in quanto estranea all’esaltazione sia della pudicizia sia
dell’eroismo patriottico: contrario al suicidio per una colpa
involontaria e
contrario al dispotismo di Bruto che vede nel solo nome Tarquinio del
collega
una colpa politica, Agostino riporta il “mito” eroico alla
ragionevolezza
cristiana.
Un’opera
molto interessante,
arricchita da un’ampia bibliografia che permette approfondimenti sui
diversi
punti trattati.

B. Liddell Hart, A greater than Napoleon -
Scipio Africanus, 1926, tr. it. Scipione Africano, Rizzoli 1987
Il
primo dato interessante riguarda la bibliografia dell’autore: sir Basil
Liddell Hart è essenzialmente uno storico militare, autore di opere
quali La prima guerra mondiale (1914-1918), Storia
militare della seconda guerra mondiale, Storia
di una sconfitta e L’arte della guerra nel XX secolo.
Il suo
accostamento ad un personaggio dell’antichità discende da questo
interesse, e in effetti nell’opera trova scarso posto tutto ciò che non
riguarda le campagne militari e, in subordine, le vicende politiche di
Scipione: sarebbe vano cercarvi un contesto socioculturale, un quadro
della vita romana del tempo o anche solo un più ampio tentativo di
ricostruire in tutti i suoi aspetti il personaggio. Significativo è
anche il titolo: Scipione non è tanto interessante in sé per 1’autore,
ma in quanto paragonabile ai grandi generali di ogni tempo, di cui il
Napoleone del titolo è solo un esempio. In effetti tutta 1’opera è
fondata su questi confronti: ricorrono in ogni capitolo riferimenti a
personaggi come Wellington, Federico II di Prussia, Petain, il duca di
Malborough, Nivelle, Subutay, ecc. Ma soprattutto l’ultimo capitolo
costituisce un vero e proprio confronto plutarchiano fra diverse “vite
parallele” di ogni epoca, confronto da cui Scipione emerge come
superiore, sia per capacità strategiche, sia per la sua lungimiranza
nell’usare con moderazione della vittoria. Liddell Hart, a questo
proposito, contesta una storiografia che ignori l’esistenza della
guerra nella storia per un preteso e ascientifico pacifismo: “L’alta
strategia di Scipione... è un cartello segnaletico che indica il vero
cammino che deve seguire lo studio della storia. Scipione era in grado
di infliggere disfatte militari con efficacia e brillantezza pari a
quella di tutti gli altri grandi comandanti, ma egli era anche in grado
di vedere il vero obiettivo posto al di là della vittoria sul campo. Il
suo genio gli rivelò che la pace e la guerra sono le due ruote su cui il mondo gira, ed egli fornì un asse centrale che
collegasse e controllasse queste due ruote” (ed. it. pag. 243).
L’opera segue minutamente Polibio e
Livio, di cui
sono riportati ampi stralci, generalmente senza l’indicazione
dell’autore, salvo che vi sia difformità fra i due storici. I curatori
dell’edizione italiana hanno aggiunto un corpo di note che riporta
l’’indicazione di tutti i passi citati e gli opportuni riferimenti
storici antichi e moderni, che evidentemente l’autore dava per scontati
presso i propri lettori.
In appendice sono riportati inoltre
i capp. 6-8
del libro XV di Polibio, con i due discorsi di Annibale e Scipione
prima della battaglia di Zama.
Nel complesso non si tratta di
un’opera di facile
lettura, dato il taglio tecnico-strategico: chi non abbia un
particolare interesse militare sarà sicuramente più colpito dalle
considerazioni del1’autore riguardo all’uso della vittoria che Scipione
seppe fare, pur di fronte all’ostilità di un’opinione pubblica e
soprattutto di una classe politica ansiosa di schiacciare completamente
i vinti: caratteristica del personaggio che, come si è visto, Liddel
Hart considera esemplare nei confronti dei vincitori e dei vinti di
ogni epoca.
Lo sviluppo narrativo è piuttosto
pesante, tanto
da far rimpiangere la lettura diretta (anche in traduzione) delle fonti
antiche.
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G. Antonelli, Mitridate –il
nemico mortale di Roma, 1992 Newton Compton, 2005 Il Giornale
La Biblioteca Storica de Il
Giornale, con un’ampia serie di 50 titoli, si è
occupata del mondo grecoromano, con particolare attenzione alle
biografie. A questo scopo ha utilizzato sia testi ormai classici
di grandi studiosi, sia opere composte da autori italiani, di taglio
più giornalistico, come questa che presentiamo.
L’autore affronta la biografia
del re del Ponto con un linguaggio giornalistico che strizza l’occhio
all’attualità e al parlare quotidiano. Le due pagine fitte di
bibliografia antica e moderna non sono mai richiamate nel corso del
testo, in cui le fonti sono solo citate genericamente come “fonti”,
senza distinguere né discutere.
L’apparato iconografico è
tipico
della collana: immagini in grigio non tutte pertinenti, cartine quasi
illeggibili, soprattutto se stampate su due pagine con la piegatura che
ne elimina una parte. L’interesse per il lettore di media preparazione
sta nell’argomento: un personaggio visto in un modo inusuale, lasciando
ai margini la storia romana dell’epoca: l’esito è suggestivo, anche per
la visione nel complesso equilibrata del “nemico di Roma”.
G. Antonelli, Silla – l’ultimo dittatore di
Roma, Newton Compton 2004
esare. Le caratteristiche di questo autore e
di
quest’opera sono le stesse della biografia di Mitridate: linguaggio
giornalistico, paragoni un po’ avventurosi con l’attualità, uso vago
delle fonti nonostante l’ampia bibliografia finale, illustrazioni
numerose ma brutte e non sempre utili. Certamente il personaggio è
importante e i fatti che lo riguardano non sono forse tutti noti, per
cui si trovano nella lettura motivi di interesse: in fondo più per lo
specialista che sa utilizzare quanto c’è di buono che per il lettore
inesperto, fuorviato dal tono generale che gioca al massacro sul
passato.
Un appunto: Silla non è l’ultimo dittatore di Roma, a meno che il
sottotitolo non sia un modo di dire che presume di escludere la
definizione di dittatore per Cesare
F. Sampoli, Marc’Antonio –
l’antagonista di Ottaviano, 1989 Newton Compton, 2005 Il Giornale.
Anch’essa appartenente alla collana
de Il Giornale, di cui ha costituito l’ultimo titolo, questa
biografia è definita dall’amplissimo sottotitolo: La vita, le
battaglie, le lotte per la conquista del potere, l’amore travolgente
per Cleopatra che ne segnò la tragica fine, nella vicenda di un
condottiero avventuroso, di un uomo impulsivo e generoso a cui la
storia non ha reso giustizia. L’intento è chiaramente
romanzesco-agiografico, con uno sbilanciamento a favore del personaggio
e una visione fondamentalmente negativa degli avversari. Il contesto è
peraltro un resoconto della storia romana da Mario e Silla ad Azio,
parte della quale risulta un po’ superflua.
L’aspetto positivo dell’opera è il
frequente riferimento alle fonti citate puntualmente (Appiano, Cassio
Dione, Floro, Plutarco) e i molti passi di Cicerone (dall’epistolario e
dalle
Filippiche) riportati in traduzione. Non mancano anche alcuni
spunti di critica storica.
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Jacques Benoist-Méchin,
Cleopâtre, 1979/2010
Con una scrittura
spigliata e accattivante, l’autore racconta la storia delle guerre
civili ed esterne della II metà del I secolo a.C., con largo spazio
ammirato per le imprese di Cesare e interesse più limitato per Antonio
e Ottaviano (sempre Ottavio nel testo). Fra i tre si colloca il sogno
di Cleopatra, la creazione di una grande monarchia che unifichi
occidente e oriente, fino alla conquista dell’altopiano iranico ed
oltre: la potenza romana e la grandezza visionaria di Alessandro.
Il libro si legge volentieri, si
impara o si reimpara anche più di un evento o un collegamento. Il
limite è l’approssimazione delle citazioni e dei riferimenti in nota,
con errori vistosi (ad esempio l’attribuzione a Livio del De viris
illustribus di Aurelio Vittore).
Matthew Dennison, Empress of Rome
– The life of Livia, 2010
L’autore, nuovo all’interesse per biografie
classiche (è noto per una biografia di una principessa inglese) si
cimenta nel personaggio di Livia Drusilla partendo esplicitamente dalla
perplessità per l’immagine letteraria/mediatica della moglie di Augusto
diffusa dai libri di Graves (si vedano più avanti) e dalla successiva fiction
televisiva, evidentemente molto popolare in Inghilterra (in
Italia non è mai giunta se non in DVD). Tale immagine di dark lady
ha spinto l’autore ad un’indagine accurata, che comprende opere
storiche studiate criticamente, documenti e una quantità di testi,
opere d’arte e usanze in qualche modo, anche alla lontana, utili a
chiarire aspetti del personaggio e delle vicende. L’esito
risponde all’intento: liberare Livia dalle accuse di assassinio e abuso
di potere accumulate su di lei già dagli autori antichi (Tacito, Cassio
Dione fra gli altri) senza prove, anzi contro molte evidenze. Ne
risulta un’opera nel complesso credibile, pur se un po’ troppo
affannosamente alla ricerca di giustificazioni e un po’ troppo
insistita e ripetitiva.
Ciò che più interessa, a
nostro parere, è la ricostruzione della storia di Livia prima delle
vicende più note, nel quadro dei grandi fatti e delle grandi figure del
I sec. a.C.: nata nel 58, da un padre della gens Claudia
entrato per adozione nella gens Livia, è coinvolta direttamente
o indirettamente nei drammi delle due famiglie, uccisioni,
proscrizioni, perdita di patrimoni, fino a reinserirsi nella gens d’origine
sposando giovanissima Tiberio Claudio Nerone, un politico sempre
perdente nelle sue scelte di cui ha condiviso per tre anni la fuga,
prima con un piccolissimo figlio poi incinta del secondo. Molti fatti e
molte parentele non sono notissimi, per cui la lettura è attraente e
utile.
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L.Braccesi, Giulia, la figlia
di Augusto, 2012
Di Giulia, diciamolo pure, non
sappiamo quasi niente. Per essere vissuta in un’epoca nota quasi giorno
per giorno, della figlia di Augusto sappiamo molto meno che di Livia, o
delle due Agrippine, o di personaggi minori. La data di nascita,
coincisa col divorzio dei genitori, i tre matrimoni “politici”, i
cinque figli dal destino infelice, lo scandalo e l’esilio. Ma di lei
ben poco. Braccesi ne ricostruisce
personalità, legami, amori, simpatie politiche e
congiure, valendosi di accenni nelle fonti e ipotesi dove (il più delle
volte) le fonti mancano o sono deludenti: a partire
dall’identificazione col puer virgiliano fino
all’insistito – vero Leitmotiv dell’opera – rapporto di amicizia
infantile e poi di amore e progetto visionario con Iullo Antonio, il
figlio minore di Antonio cresciuto da Ottavia. Nell’insieme si resta un
po’ perplessi: ne risultano un personaggio e una vicenda interessante e
appassionante, ma fatti in grandissima parte di ipotesi, collegamenti
arditi, ricostruzioni: valga per tutte la ricostruzione del poema di
Iullo, Diomedea, totalmente perduto.
L. Storoni Mazzolani, Tiberio o la spirale del
potere – La forza irresistibile del dispotismo, Rizzoli 1981.
L’autrice ha spaziato in molti ambiti e periodi del mondo
antico, pagano e cristiano, oltre a distinguersi come traduttrice (sua
è la traduzione italiana delle Memorie di Adriano). In questa
biografia di Tiberio affronta con competenza la vicenda del secondo
imperatore di Roma, valendosi delle fonti antiche (sempre puntualmente
citate e riportate o parafrasate) e di una vastissima bibliografia. La
tesi di fondo è già implicita in titolo e sottotitolo: il potere
corrompe, la negatività è inevitabile nell’impero stesso. Tutto lo
sforzo dell’autrice di rivalutare la personalità di Tiberio è legata
all’idea della sua impossibilità di operare positivamente, di una sua
tendenza repubblicana frustrata e incattivita. In quest’ottica tutta la
vicenda imperiale è letta in modo fortemente negativo, e ne fanno le
spese i poeti, in primis Virgilio, col loro sostegno all’idea
provvidenziale della missione di Roma.
Al di là della tesi, il materiale fornito e le informazioni
documentarie e antiquarie rendono l’opera molto utile. La parte finale
dà largo spazio al rapporto fra Tiberio e i cristiani, discutendo le
fonti e le questioni tuttora aperte.
Qualche ripetizione e salto temporale in uno stile narrativo
generalmente gradevole e accattivante.
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Ottorino Gurgo, Pilato, Fabbri editori 1987/2000
Fare una
biografia di un personaggio così controverso e sfuggente era
sicuramente un’impresa difficile. L’autore parte dalla presentazione di
bizzarre dicerie sulla formazione del procuratore di Giudea per poi
tentare di ricostruirne la storia precedente
la carica con i pochi dati storici
disponibili. Dopo una carrellata sulla situazione della Palestina e i
suoi rapporti con Roma, ed un capitolo sull’impero all’epoca di
Tiberio, si giunge al punto fondamentale, il rapporto con Gesù. Qui
entrano in gioco Vangeli apocrifi, ipotesi (sembra che…)
e citazioni evangeliche, a volte interpretate in modo
discutibile. Un paio di esempi. In Giov. 12, 20 segg.
Gesù viene interpellato da Filippo, apostolo d’origine ellenista, che vuole fargli incontrare dei Greci. Come
osserva Benedetto XVI nella seconda parte di Gesù di
Nazaret (pagg. 29-30), Gesù non accoglie la richiesta e prosegue
una conversazione strettamente confidenziale con gli apostoli. Gurgo
invece ritiene che il discorso di Gesù successivo alla richiesta di
Filippo sia rivolto ai Greci, che peraltro
non erano in grado di comprenderlo, e
ne trae l’idea che l’essersi intrattenuto con persone impure proprio
nei pressi del Tempio sia stato uno dei motivi dell’avversione dei capi
ebrei. Quanto alla cacciata dei mercanti dal Tempio, sarebbe stata la
causa dell’odio dell’ex-sommo sacerdote Anna, la cui famiglia avrebbe
gestito o taglieggiato tale commercio. Due interpretazioni, come si
vede, discutibili, proprio sull’aspetto fondamentale dell’opposizione a
Gesù dell’establishment giudaico. Più interessante
l’interpretazione riguardante Barabba: Gurgo ritiene che si trattasse
di una sorta di patriota rivoluzionario (d’accordo in questo con
Benedetto XVI, op. cit. I parte, pagg.63-64 e II
parte, pagg. 220 segg.) e che sia stata una scelta improvvida quella di
Pilato di porlo in alternativa a Gesù: sicuramente il popolo avrebbe
preferito il proprio campione.
Sulla
storia
di
Pilato dopo la condanna di Gesù sono citate diverse leggende e vari
testi formatisi nei secoli successivi. Un’ampia nota (152) riporta la
posizione della critica sui reali rapporti fra Pilato e Tiberio, e in
particolare sull’esistenza di una relazione di Pilato a Tiberio a
proposito del processo e sulla presa di posizione di Tiberio in senato.
La questione è discussa in modo interessante (rileviamo solo che
l’autore considera Marta Sordi un uomo!).
In
conclusione:
il
valore complessivo della biografia non è altissimo, ma qualche aspetto,
se letto con cognizione di causa, illumina elementi della vicenda poco
noti.
L.Braccesi, Agrippina, la
sposa di un mito, 2015
Dello stesso biografo
di Giulia presentiamo la biografia di Agrippina Maggiore, figlia di
Giulia e di M. Agrippa e moglie di Germanico. L’autore appare molto
informato sulle fonti e su ogni genere di
dati e notizie: in appendice riporta un elenco ragionato degli autori
citati, note per gli addetti ai lavori, un’amplissima
bibliografia, una cronologia, alberi genealogici e indici (ci
piacerebbe anche un apparato iconografico, in particolare a proposito
delle monete citate). Tuttavia ci pare che non venga aggiunto molto
rispetto al materiale delle fonti antiche, piuttosto noto e già molto
vasto: l’autore si sforza di attribuire ad Agrippina, il cui ruolo come
matrona romana era necessariamente di sfondo, molti dei progetti che
cercarono di porre al potere Germanico alla morte di Augusto, dei
tentativi di salvare la vita di Giulia ed Agrippa Postumo, e
soprattutto dei movimenti di Germanico quale plenipotenziario per
l’Oriente, compreso il discusso e pericoloso viaggio in Egitto. Ne
emerge un Germanico sognatore e indeciso, e un’Agrippina decisissima a
presentare il marito come un nuovo Alessandro, o come un nuovo e più
fortunato Antonio (che di Germanico era il nonno materno). Naturalmente
parecchi passaggi sono ipotetici o liberamente interpretati: come nella
biografia di Giulia anche qui si presume l’esistenza di opere poetiche
di cui ci sono scarse o nessuna traccia. Resta aperta la questione del
ruolo di Tiberio, cui l’autore toglie qualche responsabilità
attribuendola a Seiano, e soprattutto resta aperta la domanda del
perché, se tanto accanita era la persecuzione per la famiglia di
Germanico, Tiberio scelse Gaio (Caligola) come successore.
Comunque, dato l’interesse per il
personaggio che
ha ispirato pagine particolarmente suggestive negli storici antichi, in
particolare Tacito, l’opera si legge volentieri.
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Anthony A. Barrett, Caligula – The corruption of Power,
1989, trad. it. Caligola – L’ambiguità
di un tiranno, 1992
Con un titolo originale che sembra
riecheggiare – non sappiamo quanto coscientemente – il titolo e l’idea
di fondo dell’opera su Tiberio della Storoni Mazzolani, lo storico
canadese affronta il personaggio meno noto della dinastia
giulio-claudia, il giovane figlio di Germanico il cui impero durò solo
quattro anni e fu sommerso, dopo l’assassinio del princeps, da
una pesante pubblicistica di valore molto discutibile. Sappiamo che la
parte degli Annales di Tacito relativa a Caligola è andata
interamente perduta, così come gli inizi dell’impero di Claudio che
dovevano inevitabilmente comprendere confronti fra i due imperatori. Le
fonti scritte disponibili sono quindi Suetonio, Cassio Dione e Filone
(che relazionò l’ambasceria dei giudei alessandrini presso Caligola),
più diversi riferimenti in Seneca, in Giuseppe Flavio e alcuni altri
(compreso lo stesso Tacito): testi di attendibilità molto limitata.
L’autore affronta con molto
equilibrio il difficile personaggio, discutendo via via le fonti e
utilizzando materiale archeologico e soprattutto numismatico con buona
competenza e completezza: ne risulta un giovane (imperatore a 25 anni,
morto a 29) costretto alla dissimulazione nell’adolescenza,
egocentrico, sprezzante e megalomane, ma abile nella politica estera,
soprattutto in oriente, e con pregi anche in politica interna. Su
molti aspetti della pubblicistica antica, gli eccidi di massa, gli
incesti, ogni manifestazione di presunta follia, Barrett si sofferma
con attenzione, smontando molta parte dell’immagine tradizionale.
La scrittura è molto apprezzabile:
l’opera si legge volentieri e i frequenti richiami da un capitolo
all’altro aiutano a non disperdersi in una folla di nomi ed eventi.
Utile anche l’apparato di note e appendici: un po’ deficitari i vari
alberi genealogici, di difficile lettura.
James
Romm, Dying every day – Seneca at the
court of Nero, Alfred A. Kopf, New York, 2014
L’autore
è un docente americano di lettere classiche, che ha già
pubblicato un’edizione di Arriano e alcune opere di rielaborazione
storica. In questa biografia di Seneca già dal titolo e sottotitolo
rivela intento e impostazione: si tratta di un ampio excursus
sull’impero di Nerone, a partire dagli immediati predecessori: Seneca
vi è inserito necessariamente, ma si direbbe che l’interesse
dell’autore sia più sul contesto storico e i diversi protagonisti; a
sua volta il titolo introduce il tema della morte e del suicidio, Leitmotiven di tutta l’opera, come è chiaro dai titoli
dei capitoli: Suicide (I), Regicide, Fratricide, Matricide, Maritocide
(sic), Holocaust, Suicide (II), Euthanasia.
Nell’introduzione
Romm pone la questione, da sempre dibattuta, della
credibilità di Seneca e della sua coerenza. Nel corso dell’opera torna
continuamente su tale questione, ma in realtà non solo non la risolve,
ma ne accentua l’ambiguità, ponendo dubbi su azioni e su passaggi di
testi che potrebbero essere interpretati in modo univoco. Ne risulta
quindi un personaggio ancora più controverso, anche perché le opere
senecane prese in considerazione sono una selezione, che elimina De otio, De providentia De constantia sapientis, De
tranquillitate animi, apparentemente per motivi cronologici, se di
cronologia certa per i Dialogi si può parlare. Molto
spazio è dato invece soprattutto al De ira, poi alle Consolationes al De clementia, il De beneficiis, il De vita beata, l’Apokolokynthosis; delle tragedia si considerano Medea e Phaedra soprattutto in
rapporto alle donne dei Cesari, e il Thyestes come una
sorta di confessione della propria brama di potere, dibattuta,
rifiutata ma ultimamente vincente.
Così
risulta una scelta discutibile, che elimina o riduce temi
importanti come il rapporto con gli dèi, il ritiro a vita privata,
l’apatia e l’aponia ; anche le Lettere, considerate decisamente come un
trattato unico, sono selezionate in modo tale da eliminare, ad esempio,
ogni accenno al problema religioso.
Pregi
dell’opera sono peraltro i molti riferimenti ai testi coevi o
successivi (grande spazio in particolare all’Octavia),
l’ampio apparato di note, l’ampia bibliografia, l’apparato iconografico
non banale, una scrittura scorrevole e leggibilissima; non ultima
l’ottima veste editoriale. Qualche menda: a proposito del liberto
Pallante è citato l’omonimo personaggio virgiliano, definito però come
principe etrusco; la genealogia della famiglia giulio-claudia
(complicatissima, come si sa) è seguita in genere con attenzione, ma in
un punto, forse per un copia-incolla avventato, Germanico
risulta figlio di Agrippa (pag. 43).
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Charles
Parain, Marc-Aurèle, 1957, tr. it. Marco Aurelio,
1986/93
Editori Riuniti pubblica la
traduzione, priva di biobibliografia dell’autore e di bibliografia
(presente invece nell’edizione originale, seppure molto limitata), di
un’opera composta dall’etnologo, archeologo, economista e storico
Parain. La prima osservazione è che l’autore, di formazione e fede
marxista, è interessato soprattutto ad alcuni aspetti del secondo
secolo: il rapporto fra i latifondisti dell’ordo senatorio
e i piccoli proprietari, il permanere del sistema schiavistico, la
negatività dell’imperialismo, su cui costruisce le motivazioni della
crisi di fine secolo. Piuttosto limitato il riferimento esplicito agli
storici,
Historia Augusta, Cassio Dione (assente quasi del tutto Suetonio):
anche la discussione su di loro è ridotta.
Più interessante la
presentazione del personaggio dell’imperatore a partire
dall’epistolario e dai Ricordi (εἰς ἑαυτόν), citati in traduzione
con molta ampiezza: l’autore rileva
in particolare dalle lettere (forse con qualche esagerazione, ma è
ugualmente interessante) il sorgere nella civiltà antica del sentimento
della tenerezza, e nei Ricordi il passaggio dalla saggezza al
nichilismo.
Un capitolo è dedicato al
cristianesimo, soprattutto ai martiri di Lione del 177 e alla polemica
fra Callisto e Ippolito, peraltro successiva di vari decenni alla
morte di Marco Aurelio: un resoconto un po’ sbrigativo che si basa sul
contrasto fra la fede dei martiri e le lotte per il potere.
Buona la scrittura. Nel
complesso, nonostante i difetti, una lettura utile.

Fausto Masi,
Diocleziano.
Biografia dell’ultimo grande imperatore romano,
1991
Un breve testo scritto da un ingegnere appassionato
del mondo antico. In un centinaio di pagine si presentano la biografia dell’imperatore e le riforme
attuate, in un ordine cronologico non sempre chiaro. I dati politici,
economici e militari sono interessanti; la parte sulla/sulle persecuzione/i dei cristiani piuttosto
discutibile, così come il giudizio su Costantino.
Chiude il
libro un’appendice con pagine da Eutropio e Lattanzio. Vi sono varie
illustrazioni in bianco e nero e una cartina estraibile sull’impero
romano all’epoca dei tetrarchi
F. Sampoli, Costantino il Grande e la sua
dinastia, Newton-Compton 1955, Il Giornale 1982
In attesa di un presumibile grande
revival del personaggio in occasione del settimo centenario dell’editto
di Milano (sarà nel 2013), recensiamo questa biografia che fa anch’essa
parte della serie del Giornale, dove l’autore compare con
parecchi testi fra cui uno già compreso nella nostra
raccolta. Come risulta dal titolo, l’opera è in realtà divisa in
due parti, la prima dedicata a Costantino, o meglio alle vicende
dell’impero a partire da Diocleziano fino alla morte del primo
imperatore cristiano; la seconda ai costantinidi fino alla morte di
Giuliano, l’ultimo sopravvissuto della stirpe.
Sampoli è appassionato di storia
romana, soprattutto della tarda repubblica e dell’impero: ne vede
prevalentemente gli eccessi, i vizi, le crudeltà, i sintomi di
decadenza: non per niente il testo di riferimento più citato, quasi
seguito passo passo, in quest’opera, è quello di Gibbon. Ma si
appassiona anche ai personaggi di cui si fa biografo: sia Costantino
sia in particolare Giuliano escono positivamente, nonostante i difetti
rilevati. Quasi tutti negativi gli altri, con qualche chiaroscuro per
le donne, Elena, Costantina, Eusebia, la seconda Elena. Assolutamente
negativi i personaggi cristiani, con le loro beghe e i loro tradimenti:
il capitolo in assoluto peggiore e più malevolo è il secondo, che
riassume a suo modo l’epoca dei martiri.
Come già rilevavamo per la
biografia di M. Antonio, l’aspetto positivo di questo autore è l’ampio
uso di fonti storiche, citate e confrontate, anche se l’interpretazione
è più volte discutibile. Qualche errore anche ripetuto, come Saxa
Rubla sempre in questa forma.
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Pierre Maraval,
Les
fils de Constantin, 2013, tr. it I figli di Costantino, 21
editore, Palermo, 2015
La biografia dei quattro
figli di Costantino, il primogenito illegittimo Crispo e i tre figli
della moglie Fausta, Costantino, Costante e Costanzo, è stata
pubblicata nell’anno dell’anniversario dell’editto
di Milano, un anno ricco di libri e articoli sulla famiglia imperiale:
l’autore, docente di Storia del Cristianesimo alla Sorbona, aveva già
scritto biografie di Giustiniano e Teodosio e l’anno successivo avrebbe
pubblicato, dopo quella dei figli, una biografia del padre, Constantin
le Grand (2014). La trattazione è preceduta da un'ampia e
importante prefazione di Giusto Traina. In realtà l’opera è un’ampia
biografia di Costanzo, il figlio sopravvissuto ai fratelli e il cui
impero fu lungo e complesso: dopo aver brevemente trattato degli altri
tre, l’autore si dedica al più longevo e storicamente più importante,
anche per le molte fonti pagane e cristiane che lo riguardano. Si
tratta di un testo molto informato ed equilibrato, ricco di note,
apparato iconografico, bibliografia: le fonti sono vagliate con
attenzione e discusse con prudenza. Ne emerge un ritratto di Costanzo
nel complesso positivo sotto ogni aspetto, i rapporti con la Persia, la
politica verso i barbari, la politica interna, i rapporti con la Chiesa
e le questioni dottrinali: in particolare i suoi interventi nei concili
mostrerebbero, più che un interesse teologico o una propensione filo- o
antiariana, il desiderio da profano di soddisfare il maggior numero
possibile di vescovi e di pacificare gli animi su una questione, la
divinità di Cristo, le cui sfumature non lo interessavano o non capiva.
Libro impegnativo, di notevole
interesse, forse
troppo teso a difendere il suo protagonista.
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Tommaso Gnoli, Le guerre di
Giuliano imperatore, Bologna, il Mulino, 2015
L’autore, docente di Storia romana
a Bologna,
precisa nell’introduzione che non intende fare una biografia di
Giuliano, ma studiare la dinamica delle guerre sostenute nel breve
periodo del suo impero. In effetti l’opera, di non grandi dimensioni,
analizza la strategia militare di Giuliano soprattutto a partire dalla
narrazione di Ammiano Marcellino. Tuttavia non si tratta solo di un
interesse tecnico: la personalità
dell’imperatore emerge con tutto il suo fascino, fascino che ha
sicuramente fatto presa sull’autore: nelle conclusioni Gnoli giunge a
dire che nessun’altra personalità antica eguaglia quella di Giuliano,
neppure Cesare o Marco Aurelio: non si può restare
neutrali di fronte alla personalità di Giuliano (pag. 148). Anche
solo dalle vicende militari, Gnoli trae aspetti del suo carattere:
straordinario coraggio, compartecipazione alla vita dei soldati,
capacità di agire rapidamente nei momenti di stress; per contro la
spietatezza del predatore, qualche errore di strategia e la progressiva
tendenza ad isolarsi in una solitudine che alla fine neppure i più fedeli poterono condividere.
Il testo è arricchito da cartine,
nota e
riferimenti bibliografici, indici, e nella sua stringatezza si rivela
utile soprattutto per gli addetti ai lavori.
Angelo
Paredi, Sant’Ambrogio – l’uomo, il politico, il vescovo,
Milano, Rizzoli, 1985

Dottore della Biblioteca
Ambrosiana di Milano, studioso di storia, arte e liturgia
lombarde, grande latinista, Paredi dedica al vescovo milanese del
IV secolo una biografia che conserva il suo interesse anche a distanza
di più di 25 anni. Il santo rappresentato con il libro e con la frusta,
per indicare la sua cultura e la sua energica autorevolezza, è
inizialmente inserito dall’autore in una presentazione delle vicende
politiche ed ecclesiali del secolo, dalla libertà costantiniana al
dramma dell’eresia ariana e delle divisioni interne alla Chiesa,
alle questioni dinastiche e ai problemi di politica interna ed estera.
L’inserimento, che comporta forse inevitabilmente qualche salto
cronologico e qualche ripetizione, serve a inquadrare nel complesso
clima dell’epoca la figura di Ambrogio, nato in una famiglia
aristocratica che aveva dato funzionari all’impero e profondamente
cristiana, tanto che la sorella maggiore Marcellina aveva fatto voto di
verginità l’anno prima della nascita del santo, o durante la sua
primissima infanzia. A partire dall’avventurosa elezione
episcopale la biografia prosegue esaminando via via diversi
aspetti dell’ attività del vescovo, il rapporto con l’arianesimo, la
presa di posizione politica (in particolare nei confronti di Teodosio),
la predicazione, l’opera teologica ed etica, l’opera liturgica;
due capitoli sono dedicati alle più importanti figure della sua vita,
il fratello Satiro e Agostino. In appendice una bibliografia
relativa ai diversi capitoli (evidentemente un po’ datata), una
cronologia, la bibliografia di Ambrogio e alcune immagini.
Opera molto interessante,
informata ed equilibrata; senza dubbio una lettura impegnativa,
che richiede una conoscenza di base del periodo e delle questioni
connesse. Vale la pensa di affiancarla come correttivo alla
lettura di biografie romanzate relative alla stessa temperie storica
(di Giuliano, ad esempio, o di S. Elena).
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L.
Storoni Mazzolani, Galla Placidia, Rizzoli1975
Fin
dall’introduzione appare chiaro come l’interesse dell’autrice sia
rivolto, più che alla figura della figlia di Teodosio, al complesso
delle vicende che portano alla crisi dell’impero romano e alla fine
del1’evo antico. Si tratta di un periodo generalmente poco noto anche
agli stessi addetti ai lavori (salvo che siano specialisti) e che trova
nella scuola pochissimo spazio. In questo senso la lettura di un’opera
del genere può colmare una grave lacuna. L’autrice esamina con
attenzione le grandi personalità cne si succedono sulla scena
dell’impero: gli imperatori, i capi barbari, i generali, gli uomini di
chiesa; affronta i grandi problemi del tempo: i rapporti fra romani e
barbari, fra oriente e occidente, fra diversi progetti ai
conservazione e trasformazione dell’impero, fra ortodossi ed eretici.
In questo contesto la figura di Placidia è tratteggiata con molta
cautela, data la scarsità e la poca attendibilità delle fonti:
soprattutto i suoi sentimenti e i suoi progetti sono accennati con
circospezione e prudenza. Ne risulta, come si è detto, più la storia di
un’epoca che la biografia dell’Augusta: ma era certo inevitabile.
L’autrice
fa un uso amplissimo delle fonti e della bibliografia, documentato,
oltre che dalle continue citazioni, dal ricco apparato di note e dalle
diciassette pagine di bibliografia antica e moderna.
L’esposizione
non è sempre chiara, a volte procede per salti e per contraddizioni
almeno apparenti; in generale è una lettura impegnativa e abbastanza
difficile, ma val la pena di suggerirla.
S. Mazzarino, Stilicone,
Milano, 1990 (I
ediz. 1942)
Il grande storico ha composto quest’opera
nella sua giovinezza, tanto da lasciarne le bozze al fratello perché
doveva partire per la guerra: l’edizione del ’90 è stata ricorretta in
base a una copia con appunti lasciati dall’autore. Il sottotitolo
la crisi imperiale dopo Teodosio chiarisce la
sostanza dell’opera: non tanto una biografia del generale che diresse
l’impero di Occidente al posto del giovane Onorio, quanto uno studio
approfondito e accurato della situazione dell’impero nel 395, delle
intenzioni di Teodosio al momento della successione, dei progetti di
Stilicone riguardo all’unità dell’impero e del loro esito, fino
all’individuazione dei motivi del passaggio dall’evo antico al Medio
Evo. Con una scrittura molto decisa e vigorosa, che mette in crisi idee
sostenute da storici accreditati, Mazzarino, allora solo ventiseienne,
pone le basi della storiografia del tardoantico. Un libro impegnativo e
di grande interesse.
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Massimiliano
Vitiello, Teodato –
La caduta del regno ostrogoto d’Italia, Palermo
2017.
L’ultimo re ostrogoto della dinastia degli Amali ci
è conosciuto essenzialmente attraverso due fonti, il Bellum Gothicum
di Procopio di Cesarea e alcune lettere di Cassiodoro, oltre a cenni
nei Getica di Giordane e in qualche altro testo. Come
giustamente osserva Vitiello, a nessun biografo né antico né moderno è
interessato scrivere una Vita di Teodato, personaggio evidentemente
poco adatto, a differenza di altri dell’epoca come Teodorico,
Amalasunta o Giustiniano, Teodora, Belisario, per creare una
narrazione ricca di particolari pittoreschi, anche romanzati. Eppure il
suo nome resta legato, come indicano i sottotitoli dell’opera originale
e della traduzione italiana, alla caduta dell’Italia ostrogota, anche
se dopo la sua morte il regno ostrogoto durò ancora diciotto anni coi
diversi sovrani, fino alla definitiva sottomissione all’impero
d’Oriente. Fu infatti la sopraffazione di Teodato nei confronti della
cugina Amalasunta, la figlia di Teodorico che resse il regno per il
giovanissimo re Atalarico e dopo la sua morte chiamò Teodato a
condividerlo, a fornire un pretesto all’imperatore d’Oriente
Giustiniano per intervenire in Italia, con l’intento di vendicare
Amalasunta esiliata e uccisa ma in realtà per annettere l’Italia
all’impero. Teodato fu deposto dai suoi per l’incapacità di reggere
all’urto del generale Belisario e sostituito da Vitige; nel prosieguo
della lunga guerra gotica la sua figura viene quasi dimenticata.
Il titolo originario di quest’opera anticipa un particolare
significativo, che ha poi nel testo molta rilevanza. Teodato non era
destinato a una carriera politico-militare: nato nella casa di suo zio
Teodorico da una sorella del re (il padre resta decisamente ignoto),
cresce a Ravenna, dove studia lettere latine e filosofia platonica,
quest’ultima probabilmente non nell’originale, dato che non risulta
conoscesse il greco. Come dice Vitiello nella conclusione,
Proprio come il filosofo Boezio, che non conosceva nulla di armi, il re
platonico Teodato morì solo, forse addirittura proteggendosi dietro la
sua filosofia per accettare l’inevitabile fine.
Un’opera preziosa per l’ampiezza delle informazioni e delle
interpretazioni delle fonti, nonché per la correttezza del metodo
storico. Al testo vero e proprio, arricchito da numerose note, si
aggiungono delle appendici relative all’attività di Cassiodoro come
prefetto del pretorio e alle interpretazioni degli ultimi due secoli
sulle ambascerie di Teodato; inoltre un’ampia bibliografia e l’elenco
delle fonti.
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