UN’ANTIGONE FRANCESE DEL SEICENTO:
JEAN DE
ROTROU
di Moreno Morani
(da
Zetesis, 2006-1)
Premessa.
Nell’Antigone di Jean de
Rotrou (1639) la
parte corrispondente all’Antigone di Sofocle
inizia a metà del terzo atto. Il contenuto drammatico della tragedia di
Rotrou
ha dunque dimensioni circa doppie rispetto al modello greco.
L’accrescimento
molto ampio della materia trattata porta con sé, come inevitabile
conseguenza,
una sostanziale diminuzione d’importanza della problematica su cui è
incentrata
la tragedia di Sofocle, e nonostante l’identità del titolo la stessa
figura
della protagonista viene a ricoprire un ruolo meno centrale e
determinante di
quello che aveva nella tragedia greca. Inoltre per l’ampiezza e la
complessità
del materiale rappresentato il dramma risulta nel complesso dispersivo
e ha, in
alcuni casi, una mancanza di chiarezza che sicuramente disturba il
lettore e
l’ascoltatore.
1.
Rotrou.
Jean de Rotrou è uno dei più interessanti drammaturghi
francesi del XVII secolo. Nato a Dreux nel 1609, si recò a Parigi per studiare
diritto. Aveva meno di venti anni quando portò in scena il suo primo lavoro, L’ipocondriaco (pubblicato nel 1632). A
Parigi si legò a personaggi importanti e autorevoli, che lo tennero sotto la
loro protezione, come il conte di Soissons e il conte di Belin, e persino il
cardinale Richelieu. Conobbe altri grandi poeti tragici dell’epoca, forse lo
stesso Corneille: alcuni particolari dei loro drammi fanno pensare a una
possibile influenza reciproca, ma l’esatta vicenda dei rapporti tra i due poeti
non è chiara. Rotrou tornò poi nel proprio paese natale a esercitare la
funzione di magistrato (luogotenente civile e criminale), e qui morì nel 1650
durante un’epidemia. Nonostante la brevità della sua esistenza terrena, Rotrou
fu autore prolifico e molto apprezzato dai contemporanei: scrisse una
quarantina di opere drammatiche, oltre a raccolte di poesie comprendenti
elegie, odi e componimenti religiosi. Si trovò a operare in una fase in cui il
teatro francese era alla ricerca di una sua identità: il prestigio di autori e
di opere straniere, spagnole o italiane soprattutto, si faceva sentire e aveva
portato alla nascita di nuovi generi teatrali che ottenevano grande successo e
suscitavano interesse anche tra i migliori autori francesi di teatro: il dramma
pastorale di origine italiana e la tragicommedia di origine spagnola. Era vivo
il dibattito tra chi sosteneva la superiorità di questi nuovi generi e chi
invece affermava il primato della tragedia classica, legata alle regole aristoteliche
dell’unità d’azione, di luogo e di tempo. La vivacità del dibattito e la
varietà di generi che si stava affermando ebbero un effetto benefico sull’opera
di Rotrou, che scrisse sia tragicommedie (nelle quali il Rotrou assunse come
modelli anche opere del teatro latino: ad esempio scrisse una ripresa dei Menecmi di Plauto e, col titolo I due Sosia, un rifacimento dell’Anfitrione, sempre di Plauto) sia
tragedie di argomento classico o storico, anche se non sempre rigidamente
inquadrate nello schema delle tre unità. Tra le sue opere più note ricordiamo
le tragicommedie Diana, Agesilao di Colco, Laura perseguitata, e le tragedie Ifigenia in Aulide, Il vero
San Genesio (dedicata alla figura di San Genesio patrono degli attori e
ispirata a un dramma di argomento simile di Lope de Vega: contiene un esempio
rimasto celebre di metateatro, con una rappresentazione teatrale inserita nella
rappresentazione principale), Venceslao (che
si ispira al dramma No hay ser padre
siendo rey di Francisco de Rojas), Ercole
morente (ispirato a Seneca), Cosroe (un
dramma di argomento orientale che sembra essere l’unica opera per la quale
Rotrou non abbia tratto ispirazione da altri autori).
2.
L’Antigone.
L'Antigone di Rotrou è un
ampio dramma di
1791 versi suddiviso, secondo la prassi dell’epoca, in cinque atti. I
personaggi della tragedia sono i seguenti: Giocasta; Eteocle; Polinice;
Antigone; Ismene; Adrasto; Argia; Menete (presentato nell’elenco dei
personaggi
come “gentiluomo di Argia”); Creonte; Emone (a cui l’elenco dà la
qualifica di
“servitore d’Antigone”); un Capo dei Greci; Efito e Cleodamante (questi
due
indicati come “signori di Tebe”: in realtà nella tragedia hanno la
funzione di
consiglieri di Creonte, una volta che questi ha ottenuto il potere
regale); un
paggio; il seguito di Creonte. La scena è collocata a Tebe, e la
tragedia non
segue la regola dell’unità di luogo, svolgendosi ora nel palazzo reale,
ora
nelle tende dell’esercito, ora nei pressi delle mura della città.
La
tragedia si apre in uno scenario fosco e in uno dei momenti più
drammatici
della storia di Tebe. La città sta per subire l’assalto di un esercito
formato
da una coalizione di città greche: è stato un tebano, Polinice, il
fratello del
re Eteocle, a raccogliere e a portare contro la città questa armata,
per
rivendicare il proprio diritto a regnare su Tebe: secondo un patto
sancito col
fratello Eteocle, i due fratelli avrebbero dovuto regnare ad anni
alterni a
rotazione: ma Eteocle non ha rispettato il patto, costringendo il
fratello a un
esilio in terra straniera.
E’
notte. Il primo atto (vv. 1-326) inizia con un dialogo tra Giocasta e
Ismene,
nel quale Giocasta lamenta che la situazione sia ormai giunta allo
scontro
aperto e soprattutto che si sia giunti alla decisione della guerra
senza avere
ascoltato il suo parere: si è approfittato del suo sonno per prendere
una
decisione che sovverte le esigenze stesse della natura e tocca ora alla
natura
confonderli. Mentre Giocasta si dice pronta a frapporsi tra i due
contendenti,
entra Antigone e riferisce che la battaglia è cessata per un momento e
che il
re sta rientrando; e mentre attendono che si presenti a loro, Antigone
racconta
un episodio tragico di cui lei stessa è stata testimone. Stava
assistendo allo
scontro delle due armate da una torre, quando ha visto Meneceo (si
saprà solo
in séguito che si tratta di un figlio di Creonte, fratello di Giocasta)
gettarsi, con decisione improvvisa, dall’alto delle mura, gridando a
gran voce
che la sua morte avrebbe portato a Tebe un futuro di pace e prosperità.
Appena
Antigone ha terminato il suo racconto, entrano Eteocle, Creonte ed
Emone: il
primo, lamentando che la battaglia sia giunta a una situazione di
stallo,
imputa a Polinice la colpa di quanto sta accadendo: Eteocle avrebbe
volentieri
ceduto il regno al fratello, ma è stato trattenuto sul trono dalla
volontà e
dal consenso popolare, che ama l’attuale sovrano e temeva invece che
Polinice
instaurasse un regime crudele e dispotico; ora il sacrificio di Meneceo
consente di nutrire speranze che le disgrazie di Tebe stiano per
finire, perché
un oracolo divino ha promesso pace e benessere su Tebe quando sarebbe
morto
l’ultimo discendente della stirpe dei seminati, e con la morte di
Meneceo, che
era il più giovane rampollo di questa discendenza, l’oracolo si è
compiuto.
Irritato e pieno di rancore, Creonte risponde a Eteocle che questa
morte giova
solamente a lui: le sue sono parole di accusa che colpiscono
contemporaneamente
la famiglia di Edipo e gli dèi, i quali hanno punito con la morte di
Meneceo
una stirpe che non ha commesso nulla di male nei loro confronti e hanno
concesso il potere regale a una stirpe che si è macchiata di gravissimi
delitti. Le parole di Creonte attirano un’aspra disapprovazione da
parte sia di
Giocasta sia di Eteocle, che, pur comprendendo l’esasperazione di
Creonte per
la recente perdita del figlio, gli ricorda come lo stato di guerra non
sospende
i doveri di giustizia e come un simile oltraggio nei confronti del re
non sia
tollerabile. Escono di scena tutti, salvo Antigone ed Emone, che
biasimano la
violenza verbale di Creonte, ma riflettono sulla triste vicenda delle
loro
famiglie e sul fosco futuro che le parole di Creonte lasciano
presagire. Emone
dichiara in modo appassionato il proprio amore per Antigone e afferma
che
nessuna ragione di Stato o nessun divieto del padre potrebbe mai
allontanarlo
da lei, ricevendo in cambio da Antigone una risposta piuttosto tiepida,
in cui
la donna afferma che non è il momento di affrontare questi temi, di
fronte alla
tempesta che sta per abbattersi sulla loro casa, e l’unica consolazione
nella
circostanza presente è il fatto che Polinice sia uscito indenne dalla
battaglia. Emone, che ha assistito allo scontro, descrive la
temerarietà di
Polinice, che combatte incurante dei pericoli, sostenuto più da un
ardore
rabbioso che dal coraggio: lui stesso, Emone, ha dovuto intervenire per
parare
i colpi dei tebani ed evitare che Antigone si trovasse privata di un
fratello,
a cui era legata da un affetto speciale e profondo fin dall’infanzia.
Nella
seconda parte del primo atto la scena si trasferisce nella tenda degli
argivi.
Polinice espone la decisione che è maturata in lui: affrontare in un
duello
Eteocle, così da evitare la strage di eroi che si sta compiendo davanti
le mura
di Tebe; questa decisione di Polinice trova la disapprovazione sia del
suocero
Adrasto sia della moglie Argia che lo pregano, in nome dell’affetto che
li lega
a lui, di riconsiderare questa sua scelta; Adrasto si dichiara persino
disposto
a cedergli il suo trono, pur di fargli evitare questo pericolo estremo
a cui si
sta esponendo, e Argia lo esorta ad ascoltare la voce della natura e a
ricordarsi dell’amore che lo lega a lei. Ma Polinice, benché riservi
parole
affettuose ad Adrasto e ad Argia (a cui dichiara il suo affetto e dalla
quale si
congeda con un tenero discorso di addio) è irremovibile: non è
l’ambizione di
avere un regno a muoverlo, ma il desiderio di vendicare l’oltraggio di
cui è
stato oggetto e di punire il traditore che lo ha costretto all’esilio e
che ora
gode un regno usurpato.
All’inizio
del secondo atto (vv. 327-658) Polinice dai piedi delle mura urla la
sua sfida
a Eteocle. Dall’alto delle mura gli risponde Antigone, che, in nome
dell’affetto speciale che li ha sempre legati e delle esigenze della
legge
naturale che impone ai fratelli il dovere di amarsi, supplica Polinice
di
deporre le armi, senza portare la situazione fino alle estreme
conseguenze.
Polinice ricambia Antigone con parole affettuose, ma ribadisce che il
suo
combattimento è per il diritto e per l’onore, mentre il combattimento
di
Eteocle è per il tradimento. Antigone lascia trapelare la speranza che
nel
cuore di Eteocle alberghi ancora qualche sentimento di umanità, ed
esprime la
convinzione che, sensibile al pianto della madre, sarebbe sul punto di
lasciare
cadere la spada che arma la sua mano, ma Polinice risponde che sarebbe
disposto
a farsi uccidere da lei senza opporre resistenza, piuttosto che deporre
le armi
e i sentimenti di rivalsa. Alle parole di Polinice risponde dall’alto
delle
mura Eteocle, che compare insieme con Creonte e accetta la sfida che il
fratello gli propone. I toni si fanno sempre più esasperati. Mentre
Antigone
esce di scena con parole di disperazione, entrano Emone e Giocasta,
accolta da
Creonte con un moto irritato e brusco che la dice lunga sui suoi reali
sentimenti (“Che cosa vuole, fuori tempo, questa donna importuna?”).
Con una
commossa e vibrata allocuzione Giocasta supplica i due figli, entrambi
ugualmente amati, di non aggiungere il fratricidio alla catena di
sventure che
già pesa sulla loro stirpe infelice e li esorta ad accogliere il grido
della
madre e della natura. Ma le sue parole non valgono a dissuadere i due
contendenti, e addirittura Polinice mette in dubbio la sua buona fede e
insinua
che la sua preghiera sia un tranello: le esigenze della natura non
esistono
ormai più, perché “ciascuno fa le leggi secondo i propri interessi” (v.
498).
Giocasta cerca nuovi argomenti per scongiurare il duello fratricida, ma
il
contrasto tra i due fratelli si fa sempre più incalzante: essi
rivendicano
ciascuno le proprie ragioni in tono irritato o beffardo, ignorando di
fatto la
presenza della madre, che sempre più viene tagliata fuori nel protrarsi
dello
scontro. L’impossibilità di ottenere una pacificazione tra i due
contendenti è
evidente, e Giocasta, visto palesemente vanificato il suo tentativo,
esce di
scena con parole di oscura minaccia, disconoscendo di fatto i suoi
figli.
Creonte spinge Eteocle a concludere definitivamente la lotta, ed
Eteocle gli
ribatte che la sua esortazione è dettata solo dal suo interesse
personale,
perché alla morte di Eteocle lo scettro passerebbe nelle mani di
Creonte.
L’atto si conclude con le rassegnata esclamazione di Emone: “O giornata
ignominiosa per la
Natura!”.
Il
terzo atto (vv. 659-1018) inizia con un monologo di Antigone
sull’incostanza
della fortuna, che ama colpire le case dei regnanti ricchi di potere e
di
gloria, mentre si mostra più clemente con le case dei pastori. Mentre
già una
percepibile atmosfera di dolore avvolge il palazzo, giunge Emone ad
annunziare
l’esito luttuoso del duello: entrambi i fratelli sono morti in uno
scontro
fratricida che ha portato la Natura a combattere con sé stessa: è la Natura che esce
sconfitta
dal duello più ancora dei due fratelli morti. I due fratelli hanno
mostrato in
ogni modo, nella voce, negli occhi, nel modo di agitare la spada,
quanto fosse
irrevocabile in entrambi il furore, l’animosità, il desiderio di
vendetta. Il
colpo decisivo è inferto da Polinice, che colpisce a morte il fratello
facendolo cadere a terra. Polinice leva un grido di gioia e si avvicina
per
togliergli la spada, quando Eteocle dà fondo a tutte le sue residue
energie per
infliggergli un colpo mortale. Sorpreso, Polinice muore urlando la sua
volontà
di continuare nell’oltretomba lo scontro che la morte ha solamente
interrotto,
non terminato. Alle parole di Emone Antigone replica con
un’esclamazione: “Come
la vostra morte, madre, è un bene che io vi invidio! e come mi sarebbe
dolce
avervi seguita!” (vv. 771-2). Apprendiamo così che Giocasta si è tolta
la vita.
Nello stesso momento, mentre Emone esce momentaneamente di scena,
sopraggiunge
Ismene ad annunziare il bando emesso da Creonte, che si è appena
insediato, per
diritto di sangue, sul trono di Tebe: proibisce d’inumare il corpo di
Polinice,
dichiarato nemico dello Stato. A Emone, prontamente rientrato sulla
scena,
Antigone chiede un momento di solitudine per dare sfogo al proprio
dolore. La
scena successiva è occupata dal dialogo tra Antigone e Ismene. La prima
lamenta
la miserabile situazione sua e della stirpe, suscitando il consenso
della
sorella, che descrive le solenni onoranze funebri che si stanno
preparando per
Eteocle, mentre Polinice è destinato a trovare sepoltura nel ventre dei
lupi.
Ma Antigone percepisce il bando di Creonte come rivolto innanzitutto a
loro: il
nuovo tiranno vuole sradicare la stirpe di Edipo e sterminarne i
frutti;
Antigone fa partecipe la sorella del suo disegno di opporsi al disegno
di
Creonte e di procedere alla sepoltura di Polinice, e rivela di avere
deliberatamente
allontanato Emone, sulla cui fedeltà e sul cui amore non ha dubbi, per
avere il
modo di mettere a punto il suo progetto. Ismene è sgomenta di fronte
alla
decisione della sorella, e manifesta il suo sentimento di inferiorità
di
portare a termine un disegno così ardito, loro due sole, donne e
deboli. Il
dialogo si conclude con espressioni sprezzanti di Antigone: di fronte
alla
promessa di Ismene, che manterrà comunque il più assoluto silenzio sul
proposito di Antigone, la sorella ribatte che non il suo disegno
ispirato dalla
pietà, ma la debolezza di Ismene deve essere passata sotto silenzio.
Alla fine,
Ismene congeda la sorella con parole di sinistro presagio: nuovi dolori
e nuovi
lutti si stanno addensando sulla stirpe di Edipo. Nella seconda parte
dell’atto
la scena si sposta ai piedi delle mura, nel luogo dove si è svolto il
duello
tra i due fratelli. Entra Argia, accompagnata dall’anziano e fidato
Menete, con
l’intenzione di procedere alla sepoltura di Polinice, nonostante i
consigli di
moderazione proposti da Menete, che cerca di dissuadere Argia
dall’impresa.
Argia si è sottratta alle truppe argive, che, abbandonato l’assedio di
Tebe
dopo la conclusione del duello, non si sono opposte a questo atto di
ingiustizia. La ricerca del corpo di Polinice è improvvisamente
interrotta
dall’avvicinarsi di un’ombra. Si tratta di Antigone, che affronta
fieramente i
due personaggi al momento sconosciuti e rivendica il suo pieno diritto
a dare
le onoranze funebri al fratello. Le parole vigorose e ferme con cui
Argia
replica permettono ad Antigone di riconoscere nella straniera la vedova
di
Polinice: si instaura immediatamente un legame di affetto tra le due
donne, e
Antigone si rattrista per non essere riuscita a convincere Polinice a
deporre
le armi. L’atto si conclude col richiamo di Menete, che invita le due
donne a
sospendere per il momento le rievocazioni e il comune compianto per
portare a
termine il difficile disegno che hanno intrapreso.
Nel
quarto atto (vv. 1019-1448) Creonte, salutata la nuova situazione di
pace che
finalmente si è instaurata su Tebe e attribuito il merito di questo
nuovo stato
al sacrificio di Meneceo, espone le ragioni del provvedimento che ha
dovuto
prendere. Le sue parole vengono commentate dai suoi due consiglieri,
Cleodamante ed Efito: espressioni di consenso da parte del primo, che
esorta
Creonte a seguire una giustizia rigorosa, invito a un atteggiamento di
moderazione e di clemenza da parte del secondo, che invita Creonte a
provvedimenti di pacificazione, mettendo d’accordo tra loro le esigenze
della
giustizia e quelle della natura. Creonte risponde con parole dure
all’invito di
Efito, in cui vede un incentivo alla ribellione. Nel corso del dialogo
entra
una guardia ad annunziare che l’editto di Creonte è stato violato dalla
sorella
e dalla vedova di Polinice. Queste entrano sulla scena accompagnate
anche da
Menete, ma è solo ad Antigone che Creonte si rivolge, rinfacciandole la
condotta colpevole e il comportamento arrogante. Alla risposta di
Antigone, che
afferma la bontà del suo gesto, si sovrappongono le voci di Argia e
Menete,
ciascuna tesa a far ricadere unicamente su di sé l’intera colpa. Mentre
Creonte
trova nelle loro parole soltanto indizi di follia, Antigone riafferma
nobilmente le ragioni del suo gesto e sostiene con atteggiamento saldo
il
contraddittorio con Creonte, sempre più irritato: gli dèi sono al di
sopra dei
re e tutti i loro decreti sono giusti e santi; la legge di seppellire i
morti è
nata con la natura stessa: la prima legge emanata da Creonte distrugge
la prima
delle leggi, e dunque in un caso del genere l’obbedienza è delitto e la
ribellione giustizia. Le reazioni di Efito e di Cleodamante ribadiscono
le loro
diverse inclinazioni politiche, mentre Creonte rifiuta di farsi
condizionare da
una donna, per di più criminale: condannandola, sarà ben lieto di
soddisfare il
suo odio verso la stirpe di Edipo con un atto di giustizia. Argia
invita
Creonte a portare a termine in fretta il suo proposito e rivendica di
avere
fatto il proprio dovere di sposa, di fronte alla barbarie di una legge
che nega
sei piedi di terra a un uomo che è stato cittadino e principe della
città. Il
dibattito prosegue in toni sempre più aspri, ma è su Antigone che si
appunta
soprattutto l’ira di Creonte, fino a che entra in scena Ismene, che si
accusa
della violazione del bando, affermando di essere stata lei a convincere
la
sorella a mettere in atto un simile progetto. E’ Antigone la prima a
non
accettare questa conclamata confessione di Ismene, nonostante le
insistenze e
le suppliche di questa. Antigone reclama l’esistenza di un rapporto
speciale
tra lei e Polinice (“Io sola ho amato mio fratello, lui non chiama che
me” v.
1275) e non vuole che Ismene partecipi a un progetto che considera di
sua
completa proprietà: l’ostinazione di Antigone sembra dovuta, a quanto
Ismene
stessa le rimprovera, a un attaccamento persino perverso alla propria
sorte
sventurata (“Siete a tal punto posseduta dalla vostra triste sorte, che
vi
dispiace che essa sia comune anche a me”, vv. 1273-74). Quando ormai
Creonte riconosce
in entrambe una radice di orgoglio e di pazzia, Ismene solleva il
problema
matrimoniale: Antigone è promessa sposa di Emone, mandarla a morte
significherebbe anche rompere questo legame. Il richiamo non smuove
Creonte
(Is. “Vorreste dunque rovinare un amore così profondo?”; Cr. “Profondo
o no, la
sposerà morta”, vv. 1301-02), che vede nelle nozze di Emone con una
donna
colpevole e odiosa solo un motivo di rovina per il figlio. La decisione
finale
sarà assunta dal Consiglio della corona: ma nel frattempo le due
responsabili,
Antigone e Argia, saranno incarcerate, e Argia sarà trattata con
maggiore
riguardo, perché meno soggetta, in quanto straniera, al suo bando.
Mentre le
due donne sono condotte via, Efito timidamente ripete al re alcuni
degli argomenti
di Antigone e lo invita a una decisione benevola, ottenendo un vigoroso
diniego, sempre motivato dal fatto che un atto di indulgenza
distruggerebbe il
potere regale. La parte finale dell’atto è occupata da un ampio dialogo
tra
Creonte ed Emone, che sopraggiunge sulla scena. Le prime schermaglie
sono
guardinghe: Emone riconosce i suoi doveri di sottomissione nei
confronti
dell’autorità paterna e Creonte ricorda ad Emone che neppure l’amore
per una
donna può accecare una persona fino a impedirgli di individuare chi è
nemico e
attenta il regno. Ma subito il corso del dibattito assume una diversa
piega:
Antigone non ha voluto mettersi contro il re, ma seguire la legge degli
dèi,
che sono superiori ai re; Emone ritiene suo dovere dire al padre una
verità che
è ampiamente condivisa dai suoi sudditi e dal favore popolare, ben
sapendo che
spesso la verità non trova modo di introdursi nei palazzi dei re, dove
i
cortigiani hanno mille motivi per tenerla fuori; cambiare una decisione
può
essere manifestazione di saggezza, e non di debolezza. Le parole di
Emone
trovano l’approvazione di Efito, ma Creonte le considera ridicola
follia: il
fatto che il popolo con condivida il suo bando è irrilevante, perché
“la
provincia e i suoi abitanti sono schiavi del re” (v. 1415) e
l’obiezione che
anche i re sono schiavi delle leggi non intacca Creonte, che dopo avere
accusato Emone di essersi messo a servizio di una donna e di avere
tradito il
padre, gli annunzia che Antigone sarà immediatamente giustiziata e
sgozzata
davanti ai suoi occhi. Emone lascia la scena con parole di oscura
minaccia
(“Lei non morirà senza che altri la segua”, v. 1430) a cui Creonte non
presta
attenzione.
Il
quinto atto (vv. 1449-1791) si apre con un monologo di Emone, che
considera il
carattere barbaro e dispotico del nuovo regno, mentre gli ritorna più
volte in
mente, ripetuto come un ritornello, l’ordine paterno (“La si sgozzi
davanti ai
miei occhi”). Senza eccessiva fiducia, Emona spera che le preghiere e
le
insistenze di Efito possano smuovere l’animo paterno, ma questa
speranza, come
gli annunzia lo stesso Efito, si rivela vana: Creonte, più duro della
più dura
delle rocce, ha deciso di rinchiuder Antigone viva in una caverna, in
modo che
la morte sopraggiunga per fame. Emone invita Efito a inoltrare ancora
una nuova
supplica a Creonte: ma si tratta di uno stratagemma per liberarsi della
presenza di Efito; Emone sta progettando di salvare in qualche modo
Antigone:
non potendo indirizzare la sua ira verso lo stesso Creonte, perché i
doveri
filiali gli impediscono una simile azione, spera almeno di difendere
Antigone
dai colpi dell’ira di Creonte, anche se ciò gli costasse la vita. La
scena
successiva presenta un serrato dialogo tra Efito e Creonte: Efito
ripete a
Creonte tutte le ragioni di Emone e lo supplica di considerare che ha
agito da
innamorato, ma Creonte rimane inflessibile nella sua posizione di
rifiuto verso
qualunque cedimento che minerebbe il suo potere. Al termine entra sulla
scena
l’anziano vate Tiresia, che riferisce minutamente a Creonte dei
sinistri
presagi di cui è stato testimone durante tutta la giornata: il canto di
cattivo
augurio degli uccelli, la loro turbolenza, la difficoltà nell’eseguire
i
sacrifici, il presentarsi di una vittima sacrificale senza fegato sono
tutti
segni mandati dagli dèi per esprimere il loro sdegno nei confronti di
chi ha
sovvertito le leggi della natura proibendo l’inumazione di un corpo.
Creonte
prima reagisce con parole di disprezzo e adombra la possibilità che
Tiresia si
sia fatto corrompere, come sono soliti fare gli indovini: ma, di fronte
alla
fermezza con cui Tiresia rinnova il suo presagio e preannunzia nuove
sventure
per Tebe e per il suo sovrano, Creonte rimane interdetto. Per quanto
disdicevole possa essere per il suo orgoglio cedere di fronte alle
profezie di
Tiresia, la prudenza gli consiglia di non mettere alla prova la sua
arte
profetica, spronato in ciò anche dai suoi consiglieri (questa volta
anche
Cleodamante), che anzi insistono perché si faccia presto, in quanto
“talvolta
il Cielo colpisce nel momento stesso in cui minaccia” (v. 1678). Ma
ormai è
troppo tardi: giunge una guardia ad annunziare che Emone è riuscito a
farsi un
passaggio nella roccia dove era detenuta Antigone: questa è ormai
morta, ma il
principe giace sul suo corpo e pronunzia parole di deprecazione nei
confronti
del regno e non lascia che alcuno si avvicini. Creonte esce di scena di
corsa
per prevenire un gesto di disperazione del figlio: “O miserabile re, da
quale
triste successo è seguita la mia rabbia: corriamo, salviamo mio figlio,
oppure
la mia vita è finita” (vv. 1692-93).
La
seconda parte dell’atto si svolge nella caverna dove è stata internata
Antigone
e dove si trovano Emone e Ismene. Emone, quasi folle, piange sul
cadavere di
Antigone, nel timore che lei sia morta riconoscendo in lui il figlio
del suo
carnefice e che il suo amore per lui si sia spento, e che si sia creata
tra
loro un’inimicizia destinata a sopravvivere eternamente anche dopo la
morte,
così da rendere vano anche il suo proposito darsi la morte per
seguirla. Ismene
lo rassicura descrivendo gli ultimi momenti di Antigone: si è recata
nella
caverna celando in seno un pugnale, “per restare, grazie ad esso,
padrona della
propria vita” (v. 1714) in caso di condanna capitale, e a nulla sono
valse le
preghiere e i tentativi di Ismene, che non è riuscita né a convincerla
né a
deviare il colpo. Il sangue che ha versato l’ha resa più bella, ed è
morta
pronunziando il nome di Emone. Emone, che morirebbe cento volte pur di
ridare
un respiro di vita a quel corpo ormai inerte, ora non può sperare che
Morte
renda al figlio quel che ha avuto dal padre: non rimane che procedere
nel suo
proposito, alla fine di questa giornata in cui “la Natura si
distrugge da sé:
i parenti più prossimi sono i peggiori nemici, il fratello odia il
fratello e
il padre il figlio e lo zio con piacere si tuffa nel sangue della sua
nipote”
(vv. 1742-45). La comparsa di Creonte, che con angoscia rileva la
disperazione
a cui il figlio è stato condotto da un amore funesto, fa precipitare
gli
eventi. Emone rinfaccia al padre la sua crudeltà e afferma di
restituire a lui
il sangue che lui gli aveva dato facendolo nascere: “questo corpo che
era
vostro resta in vostro potere e sta per ripagarvi, attraverso la sua
morte, la
sua nascita” (vv. 1760-61). Creonte lo invita a dare compimento al suo
gesto
colpendo anche lui, ma Emone esclama che la sua rabbia ha ancora un
limite di
rispetto che gli impedisce di dare la morte al padre; dopo avergli
preannunciato che presto il cielo farà sentire su di lui tutta la sua
onnipotenza
e lo punirà per i mali di cui è stato artefice, in quanto l’antica
profezia si
avvererà con lui, non con Meneceo, perché soltanto con Creonte l’antica
stirpe
dei seminati si sarebbe estinta, si getta sul cadavere di Antigone per
compiere
morendo quelle nozze che non si sono potute concludere in vita. Creonte
cade
privo di sensi augurandosi una morte rapida. Mentre Efito e Cleodamante
esprimono il loro disorientamento di fronte a questi tragici eventi,
Ismene,
fedele al suo personaggio, si rimprovera la sua incapacità di darsi una
morte
immediata: “Misera, non posso dunque fare un ultimo sforzo? Morirò
mille volte
per la paura di una morte?” (vv. 1790-91).
3.
Le fonti.
Nell’arco
di tempo che intercorre tra il XVI e il XVII secolo la popolarità dei
personaggi e delle vicende del ciclo tebano è testimoniata dal numero
considerevole di drammi che si rifanno a questa tematica. Antigone
compare come
personaggio in diverse tragedie, che vanno, tanto per citare alcuni tra
i
drammi più noti, dall’Antigone ou la
piété di Garnier (1580), alla Thébaïde
di Racine (1664), alla nuova Antigone
di Boyer (1687). A questi vanno aggiunte la traduzione
francese
dall’omonimo dramma sofocleo (traduzione secondo i canoni dell’epoca,
cioè
libera parafrasi in altra lingua) di Calvy de la Fontaine, che
ebbe scarsa
circolazione tra i contemporanei (1542), la traduzione di Jean-Antoine
de la Baïf
(1573) e soprattutto la
traduzione del letterato e poeta italiano Luigi Alamanni (1495-1556),
che ebbe
notevole fortuna sia in Italia sia in Francia.
Fonte
primaria e modello dell’Antigone di
Rotrou, nonostante le pur numerose diversità, è il dramma Antigone
ou la piété di Robert Garnier (1545-ca. 1595), un autore
importante nel quadro della formazione del teatro tragico francese: le
sue
opere si ispirano soprattutto al teatro di Seneca, anche se non mancano
lavori
di diversa ispirazione, tra cui una tragedia di argomento biblico (Les juïves) e un dramma ispirato
all’Ariosto (Bradamante). Il teatro
antico (sia greco sia latino) rimane un punto di riferimento
imprescindibile
per gli autori del XVI secolo che tentano di dare l’avvio a un teatro
nazionale
francese: in un’epoca in cui la linea di demarcazione tra versione,
rielaborazione e opera originale è quando mai sottile e vaga,
soprattutto
Seneca ed Euripide sono i più amati e seguiti, e anche opere che si
rifanno ad
argomenti che nulla hanno a che fare con l’antichità classica risentono
dei
modelli antichi: caso emblematico è il Sacrifice
d’Abraham di Théodore de Bèze (1550), che in realtà rappresenta
una
trasparente ripresa dell’Ifigenia in
Aulide euripidea. I drammi di Garnier, che fu anche poeta lirico
(la sua
raccolta Plaintes amoureuses, del
1565, è oggi perduta), hanno un carattere spesso declamatorio: più che
portare
in scena delle trame e dei fatti, essi sono composti da lunghi dialoghi
in cui
i personaggi dibattono, con insistite considerazioni e con
argomentazioni
elaborate, i rispettivi punti di vista (è stato detto che la sua Antigone è più un processo che una
tragedia); le varie scene sono poi inframmezzate con Cori. La presenza
del Coro
è frequente nella tragedia, e alcuni trattatisti del XVI secolo (p. es.
Jacques
Peletier du Mans nell’Art poétique,
1555) insistono sul fatto che la tragedia presume l’esistenza di un
Coro che
deve rappresentare il pensiero dell’autore, parlare giudiziosamente,
mostrare
reverenza nei confronti degli dèi, dare giudizi morali appropriati, e
tutte
queste cose deve farle “succintamente e fermamente”. Le tragedie di
Garnier
hanno tutte un coro (con la sola eccezione del Bradamante,
che anche in questo presenta il suo carattere speciale,
sostanziale prefigurazione della tragicommedia).
L’Antigone di Garnier è un
dramma di
notevole lunghezza (2741 versi), che ha in comune con l’omonima
tragedia di Rotrou
il fatto di presentarsi come la giustapposizione di due blocchi, la cui
saldatura non sempre è convincente: in entrambe la parte corrispondente
alla
tragedia di Sofocle comincia a metà del terzo atto, e la prima sezione
s’incentra sulla lotta fratricida di Eteocle e Polinice, ma la
differenza di
trattamento della materia è notevole. Innanzitutto sono diverse le
fonti
classiche assunte come punto di riferimento. Garnier si è rifatto
fondamentalmente alle Fenicie di
Seneca; e poiché questo dramma si interrompe nel momento che precede lo
scontro
decisivo tra i fratelli, Garnier ha fatto ricorso a Stazio per colmare
la
lacuna cronologica che si viene ad avere tra la fine delle Fenicie
e l’inizio della tragedia sofoclea; nella seconda parte il
dramma di Sofocle è ripreso in maniera discretamente puntuale. Il
tentativo di
saldare Seneca e Sofocle (per non parlare dell’ulteriore presenza di
Stazio)
risulta difficoltoso per più aspetti sia stilistici (la prima parte
appare
assai più statica della seconda) sia teatrali. Ad esempio l’intero
primo atto
di Garnier è occupato da un lungo dialogo tra Edipo ed Antigone, in cui
la
donna esorta il genitore a non togliersi la vita, e si dichiara pronta
a
seguirlo nell’esilio, con ampie considerazioni anche sul carattere
involontario,
e quindi incolpevole, dei suoi atti precedenti. Questa lunga scena
iniziale, in
cui Garnier ha seguito Seneca (che ha posto all’inizio della tragedia
quella
che nelle Fenicie di Euripide
costituiva la scena finale, tale da lasciare volutamente in sospeso e
privi di
soluzione tanti aspetti del dramma), rimane senza esito nel séguito, in
cui
Edipo sparisce del tutto. La presenza del Coro permette a Garnier di
seguire
più da vicino nella seconda parte l’archetipo sofocleo, ma un confronto
tra le
due opere mostra come siano diversi gli intendimenti del poeta francese
rispetto a Sofocle: se trascuriamo i primi tre atti (in cui il Coro, a
somiglianza dello stasimo greco, si colloca tra la fine dell’atto e
l’inizio
del successivo, più un ulteriore passaggio corale a metà del secondo
atto), nel
IV atto abbiamo un intensificarsi della presenza di Cori, mentre il V
atto, in
cui l’azione procede rapidamente verso la catastrofe, ne è del tutto
privo. I
quattro cori del IV atto rappresentano nell’ordine una rielaborazione
della
parodo (vv. 1622-1705), del III stasimo (un inno alla giustizia e alla
legge,
vv. 2086-2157), del IV stasimo (scena di lamento, vv. 2230-2269) e del
II
stasimo (inno all’amore, vv. 2326-2415). Il coro che termina il I atto
(vv.
403-467) è un inno a Dioniso il cui modello può ravvisarsi nel V
stasimo
sofocleo. Rimane così fuori dall’orizzonte complessivo della
rielaborazione
solamente il I stasimo: una scelta che difficilmente può essere
attribuita a
semplice scelte sceniche. Evidentemente il poeta francese non è
riuscito a
trovare la consonanza necessaria con l’ampio brano in cui il poeta
greco
riflette sulla grandezza dell’uomo, con profonde considerazioni che
abbracciano
insieme l’etica e la politica: Garnier ha preferito non tenere conto di
questa
parte, che non riteneva, evidentemente, di poter presentare ai suoi
ascoltatori
francesi.
Per
tornare a Rotrou, nella prima parte della sua Antigone la
fonte è soprattutto Stazio: il poeta francese
preferisce l’enfasi del poeta latino al carattere severo e problematico
delle Fenicie euripidee. Interi passaggi di
Rotrou possono considerarsi parafrasi di versi tratti dalla Tebaide.
Nella seconda parte invece la
tragedia di Garnier è ben presente a Rotrou, tanto che molti versi di
Rotrou
trovano una rispondenza quasi letterale in Garnier. In genere in questi
casi
Rotrou tende ad accentuare l’enfasi drammatica rispetto a Garnier, che
è
generalmente più discorsivo e non disdegna qualche ridondanza (anche
con
sfoggio di erudizione), pur di esporre in ogni pur minimo dettaglio
l’argomentazione dei personaggi, ma non di rado l’indulgenza all’enfasi
e al
tono declamatorio è poi riscattata in Rotrou da una maggiore
concretezza e da
una maggiore precisione nel dialogo. Basti questo esempio, tratto dalla
scena
in cui Antigone annunzia il suo proposito di inumare Polinice, di
fronte ai
tentennamenti e alle proteste della sorella (a. III, sc. 5):
Rotrou (vv. 891-896)
Ism. Soyez secrète au
moins, comme je vous
promets,
que
pour moi ce dessein ne se saura jamais.
Ant. Si
rien est à cacher, cachez votre
faiblesse,
Je
fais gloire pour moi, que ma vertu paraisse.
Ism. Comme
dans les dangers vous vous
précipitez.
Ant. Avec
autant d’ardeur que vous les évitez.
Ism.
– Siate celata almeno, così come io vi prometto che da parte mia non si
saprà
mai nulla di questo discegno. Ant. – Se non c’è niente da nascondere,
nascondete la vostra debolezza: io mi procuro la gloria per me, che la
mia
virtù sia palese. Ism. – In quale modo vi precipitate nei pericoli!
Ant. - Con
altrettanto ardore con cui voi li evitate.
Garnier (vv. 1598-1603)
Ism. Au moins gardez-vous de vous
en deceler:
Quant
a moy, je n’en veux à personne parler.
Ant. Parlez-en
à chacun, je veux bien qu’on le
sçache,
Il
ne faut que celuy qui ne fait mal, se cache.
Ism.
Que vous
estes ardente à vous brasser
du mal.
Ant. Mal
ou bien, il aura son honneur funeral.
Ism.
– Almeno badate a rimanere nascosta: quanto a me, io non voglio parlare
a
nessuno. Ant. – Parlatene a tutti, io voglio che si sappia: chi non fa
del male
non ha motivo di nascondersi. Ism. – Come siete ardente ad abbracciare
il male.
Ant. – Male o bene, lui avrà il suo onore funebre.
Come
si vede, più fiacco e verboso all’inizio Rotrou (che introduce
inopportunamente
anche il motivo della gloria), ma più nitido nel concludere il dialogo
mettendo
in rilievo la contrapposizione e il diverso carattere delle due donne,
mentre
in Garnier l’ultimo verso di Antigone è generico e privo di efficacia.
La
mancanza di Cori costituisce la principale differenza tra i due. Nei
dialoghi
la problematica sollevata dal Coro è affidata ad altri personaggi. In
particolare, Rotrou recupera molti degli interventi corali attraverso
le figure
di Cleodamante e di Efito, che compaiono solamente nella seconda metà
della
tragedia, dopo che Creonte ha assunto il potere: avendo suddiviso su
due
personaggi gli interventi originariamente di pertinenza del Coro,
Rotrou può
presentare due diversi punti di prospettiva nell’elaborazione della
problematica, perché Cleodamante rappresenta le ragioni di una
giustizia severa
e priva di cedimenti, mentre Efito rappresenta le ragioni di una
monarchia
incline alla clemenza e ritiene che la comprensione e la pacificazione
siano i
mezzi di governo migliori. Per converso, in questi personaggi prevale
la sola
componente politica, cosicché i problemi di ordine etico e religioso
che
rappresentano la parte sostanziale del dialogo tra Antigone, Creonte e
Coro
nella tragedia di Sofocle vengono sostanzialmente ridotti, fino ad
essere
praticamente annullati. Inoltre Efito, in virtù della sua
contrapposizione a
Creonte, diviene un personaggio rilevante anche per lo svolgimento
della
vicenda, mentre in sostanza Cleodamante si appiattisce sulle
conclusioni di
Creonte, anche se le sue argomentazioni non muovono dal fondo di odio
atavico
nei confronti della dinastia dei Labdacidi (manifestato fin dall’inizio
della
tragedia) che ha Creonte e sono sostenute da considerazioni di natura
politica,
che non si nutre soltanto di una dispotica volontà di potere, come sono
invece
i gesti e gli atti di Creonte. Uno dei Cori di Garnier (quello che
conclude il
secondo atto) è in certo modo “recuperato”, sia pure in una forma
abbreviata,
dal passaggio lirico che apre il terzo atto della tragedia di Rotrou.
Che
Garnier sia servito come mediazione tra Sofocle e Rotrou è fuori di
dubbio. Ad
esempio, nel dialogo tra Emone e Creonte, quest’ultimo ordina
che Antigone sia portata immediatamente al loro cospetto e sia sgozzata
davanti
a loro. Il motivo non è presente in Sofocle (v. 760-61), che ordina,
più
sobriamente, che Antigone sia portata al loro cospetto e muoia presso
il suo
futuro sposo. In
Rotrou leggiamo:
Oui,
traître, je le veux, et bientôt le salaire
De
ta présomption, va t’apprendre à te taire,
Et
ne chérir pas tant ce qui m’est odieux:
Soldats,
amenez-la, qu’on l’égorge à ses yeux. (vv.
1437-40).
Sì,
traditore, lo voglio, e presto il compenso della tua presunzione
t’insegnerà a tacere e a non ossequiare tanto ciò che mi è odioso.
Soldati,
portatela qui, che la si sgozzi davanti ai suoi occhi.
In Garnier:
J’atteste
Jupiter, qui de foudres estonne
Les
rochers Capharez, que la punition
Tallonnera
de pres cette presomption.
Sus,
qu’on amene tost cette beste enragee,
Qu’aux
yeux de ce galand elle soit esgorgee (vv. 2057-60)
Io chiamo a testimone Giove, che coi fulmini colpisce le rupi
Cafaree,
che la punizione incalzerà da presso questa presunzione. Orsù, che si
conduca
qui subito questa bestia rabbiosa, che sia sgozzata davanti agli occhi
di
questo damerino.
Rotrou
ha eliminato, come spesso avviene, gli aspetti eruditi e le
precisazioni
mitologiche e geografiche (a cui Garnier fa volentieri ricorso, spesso
appesantendo il dettato poetico) e ha introdotto il tema del tradimento
(in
Sofocle e Garnier le accuse di Creonte battono invece in modo
esasperato il
tasto della disonorevole subordinazione di Emone a una donna), ma per
il resto
il suo testo segue da vicino quello di Garnier. Il cambiamento di
decisione
circa la modalità della morte di Antigone è pressoché immediato in
Garnier
(come in Sofocle), mentre in Rotrou è demandato a una successiva
decisione
collegiale, e annunziato solamente nell’atto successivo durante il
colloquio
tra Emone ed Efito.
Le
differenze più sostanziali si hanno nel finale della tragedia. La parte
finale
di Garnier ha notevoli diversità rispetto a Rotrou, ed entrambi sono
diversi da
Sofocle. Al di là delle differenze di contenuto, è notevole
innanzitutto che la
fase finale della vicenda in Garnier (come in Sofocle) sia
semplicemente
raccontata, mentre in Rotrou è drammatizzata. In Garnier è soppressa la
scena
tra Tiresia e Creonte, che in Sofocle costituisce il punto nodale della
vicenda, il momento in cui Creonte è costretto a rivedere la sua
posizione e a
deporre il suo atteggiamento di intransigente arroganza. Per contro, in
Garnier
ha ricevuto uno spazio assai rilevante la figura della moglie di
Creonte,
Euridice, di cui manca completamente menzione in Rotrou. Garnier ha
sostanzialmente fuso l’episodio sofocleo di Tiresia e quello di
Euridice.
All’inizio del quinto atto un messaggero entra a recare notizie
dolorose, con
alcune considerazioni su Creonte, “felice questo mattino, infelice a
quest’ora”
(vv. 2423-24): di fronte alle insistenti domande del Coro il messaggero
annunzia che “Emone, il povero Emone si è ucciso con le sue mani” (v.
2451) e
che la morte di Emone ha fatto séguito alla morte di Antigone. In
questo
momento entra Euridice, che si dice atterrita sia dalle voci che ha
udito dalla
strada e che parlano di disgrazie per la casa reale sia dai vari
preannunzi
funesti che ha rilevato nel corso della giornata (un passaggio che in
Sofocle e
Rotrou appartiene a Tiresia). Il messaggero in modo circospetto narra
alla
regina le ultime vicende della giornata, affermando che “il furore di
Creonte
era stato attenuato dal consiglio dei suoi, che avevano espresso il
parere che
si seguissero gli oracoli dei grandi dèi annunziati da Tiresia, e che
si
facesse immediatamente un ufficio funebre al corpo di Polinice” (vv.
2504-08).
Compiuto il rito, Creonte con alcune guardie si reca, attraverso il
campo di
battaglia ancora ingombro di cadaveri, alla caverna dove è rinchiusa
Antigone:
odono delle flebili voci e vedono l’apertura forzata e poi, entrando,
scorgono
il cadavere di Antigone ed Emone che l’abbraccia piangendo. Creonte
singhiozzando si slancia sul figlio: “Che fate, figlio mio? Perché
andate verso
la perdizione? Tornate in voi, amico mio, calmate il vostro lamento.
Perdonate
il mio errore, ve ne prego umilmente, perdonatemi, amore mio,
perdonatemi, vita
mia: vogliate perdonare il mio errore, ve ne prego, io ne porterò la
pena che
voi mi ordinerete” (vv,. 2570-75). Qui il Creonte di Garnier è
fondamentalmente
diverso dal Creonte di Rotrou, che pervicacemente insiste nella sua
idea del
carattere morboso dell’attaccamento di Emone per Antigone (vv.
1748-51):
“Figlio mio, quale disperazione sconvolge il vostro i pensiero? E da
quale vano
rincrescimento è oppressa la vostra anima? A quale punto vi porta un
amore
funesto: sfuggite, grazie a colui a cui dovete la vita”. In Garnier (e
in
Sofocle), conclusasi col racconto del suicidio di Emone la descrizione
del
messaggero, entra in scena Creonte che reca in braccio il cadavere del
figlio.
Poco dopo entra in scena un nuovo personaggio, Dorotea, invenzione di
Garnier,
che annuncia, con dovizia di particolari, come la regina non abbia
retto a
questa sequenza di disgrazie e si sia tolta la vita.
Rotrou
reintegra l’episodio di Tiresia. È difficile ipotizzare una lettura
diretta
dell’originale greco da parte del tragediografo francese. È più
probabile che
la sua fonte per la conoscenza del modello greco fosse costituita da
una delle
varie traduzioni latine apparse in Europa sullo scorcio del secolo o,
ancora
più probabilmente, dalla traduzione italiana di Luigi Alamanni, apparsa
nel 1533 a
Lione (nel secondo
tomo delle Opere toscane dell’autore),
molto elogiata dai contemporanei e molto nota in Francia, grazie anche
alla
circostanza che, esule da Firenze, l’Alamanni trascorse gli ultimi anni
a
Parigi alla corte di Francesco I. Quella dell’Alamanni è una traduzione
secondo
la prassi del tempo, cioè una resa in volgare italiano (con uso di un
linguaggio grave e solenne: il modello di riferimento è, come spesso
nell’epoca, il Petrarca) che non si fa scrupolo di operare interventi e
cambiamenti sul testo, introducendo anche qua e là elementi estranei
all’orizzonte culturale del poeta greco (ad esempio insistendo sul tema
della
fortuna, che manca completamente in Sofocle). Sempre secondo la
consuetudine e
il gusto del tempo, l’Alamanni ama ampliare il testo originale,
aggiungendo
particolari e moltiplicando gli epiteti, così da dilatare l’originale
con
ripetizioni e ridondanze. Il rapporto Alamanni-Rotrou è trasparente
soprattutto
all’inizio del dialogo tra Tiresia e Creonte, come appare facilmente da
questa
breve citazione.
Sofocle, vv. 991-997
ΚΡ. Τί δ' ἔστιν,
ὦ γεραιὲ Τειρεσία, νέον;
ΤΕ. ᾿Εγὼ διδάξω,
καὶ σὺ τῷ μάντει πιθοῦ.
ΚΡ. Οὔκουν πάρος
γε σῆς ἀπεστάτουν φρενός.
ΤΕ. Τοιγὰρ δι'
ὀρθῆς τήνδ' ἐναυκλήρεις πόλιν.
ΚΡ. ῎Εχω πεπονθὼς
μαρτυρεῖν ὀνήσιμα.
ΤΕ. Φρόνει βεβὼς αὖ νῦν ἐπὶ ξυροῦ τύχης.
ΚΡ. Τί δ' ἔστιν;
ὡς ἐγὼ τὸ σὸν φρίσσω στόμα.
Cr. –
Che c’è di nuovo, vecchio Tiresia? Tir. – Io te lo spiegherò, e
tu lasciati convincere dall’indovino. Cr. – Mai mi sono allontanato dal
tuo
pensiero prima d’ora. Titr. – E per questo reggi questa città per una
retta
via. Cr. – Posso attestare il tuo giovamento perché l’ho provato. Tir.
-
Pensaci, perché adesso veramente hai camminato su una sorte tagliente.
Cr. -
Per quale motivo io tremo per il tuo parlare?
Alamanni,
vv. 1269-75
Cr.
Che
nuove apporti, o mio Tiresia antico?
Tir. Io tel dirò, ma fa’ quant’io ti mostro.
Cr.
Io non fui mai dal tuo voler lontano.
Tir. E
per ciò sei venuto in questo impero.
Cr. Sempre
m’affaticai nel ben di quello.
Tir.
Fa’ pur d’esser or saggio al gran
bisogno.
Cr.
Ohimè
che 'l tuo parlar mi dà spavento!
Rotrou,
vv. 1575-85
Cr. Que
nous apprendrez-vous, bon vieillard, qui sans yeux
Lisez
si clairement dans les secrets des Dieux?
Tyr. Un
avis qui regarde, et vous, et votre
Empire,
mais
pesez mûrement ce que je viens vous dire.
Cr. J’ai toujours obéi, vous toujours
ordonné:
Tyr.
C’est
l’unique secret qui vous a couronné.
Cr. Aussi consultai-je en tout ce qui me
touche,
Assuré
que les Dieux parlent par votre bouche.
Tyr. Surtout,
pour votre bien, croyez-moi
désormais,
Car
le besoin en presse, ou n’en pressa
jamais.
Cr.
O
Dieux! quelle frayeur m’excite ce
langage?
Cr. – Che cosa ci
riferirete, buon vecchio, che senza occhi leggete
così chiaramente nei segreti degli dèi? Tir. – Una notizia che riguarda
voi e
il vostro impero: ma soppesate attentamente quello che vengo a dirvi.
Cr. – Io
ho sempre obbedito, voi sempre ordinato. Tir. - E’ il solo segreto che
vi ha
incoronato. Cr. – E inoltre io vi ho consultato in tutto ciò che mi
riguarda,
sicuro che gli dèi parlano attraverso la vostra bocca. Tir. –
Soprattutto per
il vostro bene, credetemi adesso, perché il bisogno ci stringe, come
non ci ha
mai stretto. Cr. – O dèi, quale spavento mi ispira questo parlare.
Benché
il ritmo del dialogo sia più lento, in Rotrou si perde un po’ della
magniloquenza di Alamanni, e il tono risulta complessivamente più
vicino a
quello di Sofocle nella rielaborazione francese che non nella
traduzione
italiana. Ma è nella descrizione dei presagi funesti (vv. 1586-1616)
che si
coglie la diversità tra Sofocle e Rotrou. In luogo del generico “ignoto
grido
di uccelli” di Sofocle (v. 1001), che nell’Alamanni diventa “voce
orrenda
d’uccei maligni e crudi”, troviamo in Rotrou la precisazione
dell’“orribile
grido di uno stormo di aquile marine” (v. 1589) su cui il poeta si
sofferma per
quattro versi, ed a questo fa seguito un combattimento “di becchi,
d’unghie e
d’ali” (v. 1594) di numerosi corvi; i segni funesti che accompagnano il
sacrificio
sono descritti con maggiore enfasi fino alla scoperta che la vittima
sacrificale è priva di fegato (v. 1606), particolare questo che è assente in
Sofocle e
che provoca il grido del ragazzo che fa da scorta a Tiresia. Dopo la
climax
accuratamente preparata per tutto il lungo tratto della descrizione, la
conclusione del discorso assume un tono ampolloso (“Infine tutto non è
che
orrore e confusione. E tutto questo, Creonte, tutto per causa vostra:
per voi,
che rovesciate le leggi della Natura, che, barbaro, negate la sepoltura
ai
defunti” vv. 1607-10), con una tensione espositiva che manca in Sofocle
e di
cui si può trovare appena qualche preannunzio nella versione di
Alamanni.
4.
Ulteriori osservazioni sul dramma di Rotrou.
La
volontà di mantenere alta la tensione espositiva in qualche caso va a
scapito
della chiarezza e della linearità.
Un
esempio precipuo si ha nel primo atto, nel racconto della morte di
Meneceo (vv.
31-74). Nelle Fenicie di Euripide,
ove l’episodio compare per la prima volta, la descrizione vera e
propria è
molto sobria e contenuta in pochi versi (1090-92), ma essa è preceduta
da due
intensi dialoghi, l’uno fra Tiresia e Creonte e l’altro tra Creonte e
Meneceo
stesso: nel primo Tiresia espone la necessità del sacrificio, nel
secondo Creonte
cerca disperatamente di sottrarre il figlio al destino mortale, e
infine è
Meneceo stesso che in un intenso monologo rivela la sua volontà di
accettare il
decreto divino, dopo aver mentito al padre illudendolo che avrebbe
cercato
scampo nascondendosi o allontanandosi da Tebe. Rotrou dipende qui da
Stazio,
nella cui Tebaide si dà discreto
spazio alla descrizione del gesto (X, 759-780), ma trascura del tutto
gli
antefatti della vicenda, benché la morte di Meneceo abbia un’importanza
cruciale nella prosecuzione del dramma, perché acuisce l’odio di
Creonte nei
confronti della stirpe di Edipo e quindi ne giustifica, nella seconda
parte,
l’ostinazione, e si ponga (e questa è un’innovazione di Rotrou) come
elemento
di confusione e di ironia tragica, in quanto l’oracolo, quando parlava
dell’ultimo discendente dei seminati, si riferiva a Creonte, non a
Meneceo (vv.
1772). Antigone stessa narra l’episodio come se si trattasse di un
fatto
marginale, occasionale (futile?) argomento di conversazione in un
momento di
pausa mentre si sta aspettando l’arrivo del re:
Mais
attendant l’entrée,
et l’entretien du Roy,
Oyez
un accident qui me transit d’effroi (vv. 33-34).
Ma
aspettando l’ingresso e il trattenersi del re, udite un incidente
che mi trapassa di spavento.
Antigone
narra che mentre si stava svolgendo la battaglia è sopraggiunto
Meneceo, che
prima si è congedato da lei e poi gridando a gran voce ha chiesto in
nome degli
dèi una sosta della battaglia e ha rivolto alla città di Tebe auguri di
una
pace che sarà frutto del suo gesto:
Goûte la
paix que je vais t’acheter,
Mon sang en
est le prix (vv. 57-58);
Godi
la pace che sto per procurarti: il mio sangue ne è il prezzo.
Infine
si è lanciato dalla torre. La conclusione,
Se
lance de la tour, le fer encor en main,
Noble
victime aux Dieux, pour le peuple Thébain (vv. 69-70)
Si
lancia dalla torre con la spada ancora in mano, nobile vittima degli
dèi per il popolo tebano
giunge
dopo ben trentaquattro versi, con cui il poeta ha cercato di accrescere
la tensione
e di costruire un clima di attesa. In realtà lo spettatore saprà
solamente dopo
le ragioni precise del gesto di Meneceo, quando Eteocle ne riferirà in
modo
chiaro (vv. 88 e ss.); che Meneceo sia figlio di Creonte allo
spettatore non
viene detto: se, come è probabile, non lo sapeva da sé già prima
dell’inizio
della tragedia, lo dovrà scoprire da sé a poco a poco attraverso gli
accenni
via via disseminati nella tragedia. Del resto anche il primo intervento
di
Creonte sulla scena (vv. 103 ss.) non solo non dice esplicitamente che
il
giovane gettatosi dalle mura è suo figlio, ma addirittura, al di là
delle
proteste dinastiche (il trono di Tebe è occupato da una stirpe che si è
macchiata di orrendi crimini) e della dichiarazione di ateismo, non
contiene nessuna
parola di rimpianto di fronte alla recente scomparsa del figlio più
giovane.
Del resto anche nella scena successiva il dialogo tra Antigone ed Emone
tocca
molti punti e molte considerazioni, ma nulla che riguardi Meneceo, la
cui morte
sembra censurata nelle parole del fratello Emone.
L’aver
descritto prima il suicidio e poi le ragioni del suicidio costituisce
uno di
quei casi di déplacement (spostamento)
che la tragedia francese ama, ma nella fattispecie questo artificio,
seppure
efficace per accrescere la tensione drammatica, rende complicato il
dipanarsi
della vicenda. Soprattutto si deve notare come Rotrou introduca un
motivo (il
tema dell’eroe sacrificale) importante sia di per sé sia nello
svolgimento
successivo del dramma, senza poi dare spazio adeguato allo sviluppo e
all’approfondimento del motivo. Tra l’altro Rotrou stesso ne accresce
l’importanza rispetto alle fonti, richiamandolo anche nella seconda
parte, e
quindi conferendogli anche un valore di raccordo tra i due blocchi di
materiale
che costituiscono la tragedia. Qui e altrove sembra quasi che la
materia
drammatica sia parzialmente sfuggita di mano all’autore, che ha
tratteggiato e
introdotto un elemento di grande importanza, ma non è riuscito a
dominarlo.
Ancora
più clamoroso in questo senso è l’episodio del suicidio di Giocasta. Il
pubblico ne viene informato solo a posteriori e in modo assolutamente
incidentale. Giocasta, dopo avere tentato di fermare il duello
fratricida, ha
rinunciato alle sue suppliche ed è uscita di scena alla fine del
secondo atto
maledicendo i figli:
Adieu,
non plus mes fils,
mais odieuses pestes,
Et
détestables fruits de meurtres e d’incestes:
Vous
ne mourrez pas seuls, et je suivrai vos pas,
Pour
vous persécuter, même après le trépas (vv. 641-645)
Addio,
non più figli miei, ma pesti odiose, e detestabili frutti di
uccisioni e di incesti: voi non morirete soli, e io seguirò i vostri
passi, per
perseguitarvi anche dopo la morte.
E
la didascalia dell’uscita di scena sottolinea: Elle s’en
va furieuse (“Se ne va furiosa”). Dopo il breve dialogo
Eteocle-Creonte che conclude il secondo atto, il nuovo atto si apre col
già
ricordato brano lirico di Antigone (un quasi-stasimo): per il suo
carattere
generale (l’incostanza della fortuna e il suo abbattersi più facilmente
sui
palazzi dei re che sulle dimore della povera gente) il brano non allude
necessariamente a una nuova sventura aggiuntasi alle precedenti.
L’inizio della
scena successiva è occupata dal dialogo Emone-Antigone, con la lunga e
dettagliata descrizione del duello tra i due fratelli. Emone sembra
inizialmente all’oscuro di tutto. Infatti entrando in scena ritiene che
l’atmosfera di dolore che aleggia nel palazzo sia dovuta al fatto che
già sono
trapelate le notizie riguardanti la sorte dei fratelli:
Madame,
je croyais que la
commune plainte
Vous
eût déjà livré cette sensible atteinte,
Et
fût la cause du deuil que je rencontre ici. (vv.
687-89)
Signora,
io credevo che il lamento comune vi avesse già portato a
conoscenza di questo colpo tangibile e fosse la causa del cordoglio che
io
trovo qui.
Solamente
ottanta versi dopo la notizia della morte di Giocasta viene menzionata
da
Antigone, e non già riferita esplicitamente, bensì evocata in modo
incidentale
da un’esclamazione che Antigone sembra rivolgere a sé stessa:
Que
votre mort, ma mère,
est un bien que j’envie,
Et
qu’il me serait doux de vous avoir suivie: (vv. 771-72)
Come
la vostra morte, madre mia, è un bene che io vi invidio, e come
sarebbe dolce per me avervi seguita!
Passano più di cento versi dall’inizio dell’atto perché vi sia la
reazione di
Emone di fronte alla notizia (vv. 787-89) e qualche parola di Antigone
sulla
modalità con cui si sono svolti i fatti. Nel mezzo vi è stato anche il
dialogo
tra Antigone e Ismene, in cui quest’ultima ha messo al corrente la
sorella
circa l’editto di Creonte.
Se
Rotrou ha deliberatamente scelto di acuire la tensione drammatica con
questi
espedienti, è da dire che il risultato non è comunque pari
all’intenzione. Di
nuovo, come nel caso di Meneceo, un evento importante è stato relegato
sullo
sfondo, un motivo è stato introdotto, poi lasciato cadere, poi di nuovo
esplicitato, e soprattutto, con questa modalità di riferire a
posteriori e in
modo incidentale e fortuito fatti svoltisi al di fuori della scena,
viene anche
calpestato il legittimo desiderio del pubblico di partecipare allo
svolgersi
della vicenda e di essere messo puntualmente a conoscenza di eventi
che, per il
fatto di essersi svolti fuori scena, non ha potuto conoscere.
Altra
notizia che apprendiamo solo in modo occasionale è quella della
ritirata della
coalizione argiva dopo la morte di Polinice. E’ Argia, giunta sul campo
di
battaglia per rendere gli estremi onori a Polinice, a darci questa
informazione:
C’est
pour ce triste soin, dont
mon devoir me presse,
Que
je me suis soustraite aux troupes de la Grèce,
Qui,
le siège levé par un honteux départ,
Souffre
cette injustice, et il n’y prend point de part. (vv. 925-28).
E’ per questa triste incombenza, a cui il dovere mi spinge,
che io mi
sono sottratta alle truppe de la Grecia, che, abbandonato l’assedio con
una
partenza disonorevole, subisce questa ingiustizia, e non vi prende
parte.
La
figura di Argia è introdotta da Stazio (Theb.
XII 243 ss.), fonte di Rotrou in questo frangente. Le due donne sono
catturate
dalle guardie di Creonte mentre compiono l’ufficio funebre di Polinice.
Questo
impone a Rotrou di introdurre la donna al cospetto di Creonte insieme
ad
Antigone (vv. 1143 ss.). La circostanza sarebbe di per sé interessante
da un
punto di vista meramente scenico, perché consentirebbe al poeta di
rendere più
solido il legame della seconda parte con la prima, ma di fatto questo
costringe
anche a suddividere tra due personaggi quelle che in Sofocle erano le
affermazioni della sola Antigone: in conclusione, facendo partecipare
Argia
alla disputa con Creonte, viene offuscato il carattere di orgogliosa e
solitaria autocoscienza che Antigone ha in Sofocle e quindi, in
sostanza, la
figura profetica di Antigone, che nel dramma di Sofocle attraverso il
suo
sacrificio porta a un più profondo grado di autocoscienza i personaggi
che le
stanno intorno (Emone, Ismene, il Coro), in Rotrou non esiste più. Ma
il
cambiamento rispetto a Sofocle non si ferma qui, perché Rotrou,
comunque obbligato
a portare anche Argia di fronte a Creonte, ha voluto andare oltre e
dare voce
anche a Menete, suddividendo così su tre personaggi, e non su due,
l’opposizione a Creonte, col risultato di rendere più ripetitivo, e
quindi in
sostanza magari più forte e più carico dal punto di vista della
tensione
scenica, ma meno efficace nella sua sovrabbondanza dal punto di vista
ideale ed
etico, il contraddittorio alle accuse di Creonte:
Cr. Vous faites donc
vertu de transgresser mes lois
Ant. Oui,
pour servir les Dieux, qui sont plus
que des Rois.
Arg. Pour
faire honneur au Ciel au mépris de la
terra.
Men. Et
pour donner aux morts la paix après la
guerre.
Cr.
Et tous pour mériter un rigoureux trépas.
Ant. Qu’il
vienne:
Arg.
Il tarde trop:
Men.
Je
n’y recule pas. (vv. 1159-64)
Cr. – Dunque vi fate vanto di trasgredire le mie leggi. Ant.
– Sì, per
servire gli dèi, che sono più dei Re. Arg. – Per fare onore al Cielo in
spregio
della terra. Men. – E per dare ai morti dopo la guerra la pace. Cr. – E
tutti
quanti per meritare un debito trapasso. Ant. – Che venga. Arg. – Tarda
anche
troppo. Men. – Io non indietreggio.
Alla
fine dell’atto Creonte ordina che entrambe le donne siano rinchiuse in
una
torre del palazzo, ma che Argia debba essere trattata con più rispetto,
in
attesa che il Consiglio della corona deliberi sulla sua sorte. Il
destino
d’Antigone viene cambiato due volte: prima, nell’impeto dell’ira,
Creonte
ordina che la si sgozzi davanti agli occhi del figlio; poi, con un
cambiamento
di decisione successivo, di cui Efito riferisce a Emone (vv. 1499 ss.),
Creonte
decide di fare rinchiudere viva Antigone in una cavità sotto il
Citerone. Di
Argia (che pure Creonte aveva accomunata ad Antigone come “oggetto del
suo
odio”, v. 1309) non si sa più nulla, tanto meno di Menete, che neppure
viene
degnato di considerazione da parte di Creonte. Si rileva così il
carattere
puramente accessorio di questo personaggio, destinato a scomparire nel
nulla
durante il successivo svolgersi della vicenda.
Un
altro personaggio che scompare è Adrasto. Questi interviene nella
seconda parte
del primo atto e la sua presenza ha un peso rilevante anche nel
delineare il
carattere di Polinice, mostrando come questi sia stato accolto con
affetto
nella nuova patria e quanta disponibilità ci sia da parte della sua
nuova
famiglia ad aiutarlo, così da rilevare in modo ancora più radicale la
sua
assoluta intransigenza. Ovviamente, a fronte di personaggi che vengono
meno tra
una parte e l’altra della tragedia, vi sono personaggi che compaiono
nella
seconda fase: tali sono ad esempio i due consiglieri del re, uno dei
quali,
Efito, viene ad avere anche una parte di discreto rilievo.
Può
essere interessante invece analizzare il modo in cui Rotrou ha cercato
di
saldare i due blocchi di materiale che costituiscono la tragedia,
prolungando
oltre l’inizio della seconda parte la fine della prima, o creando un
anticipo
della seconda parte quando la prima ancora non è conclusa. Lo schema è
il
seguente:
Atto III, fine della scena II:
concluso il racconto del duello e resi edotti gli spettatori della
morte di
Giocasta, Antigone fa uscire Emone per un momento di riflessione (vv.
773-775).
Atto III scena III: entra Ismene che
riferisce i fatti sopraggiunti dopo il duello e dà notizia del bando di
Creonte
(vv. 775-786) [preannunzio della seconda parte]
Atto III scena IV: rientra in scena
Emone, dialogo tra questi e Antigone: Ismene è presente sulla scena, ma
non
interviene; lamento di Emone sulle disgrazie che si sono avute nel
corso della
giornata e descrizione della morte di Giocasta; esce Emone (vv.
787-806)
[conclusione della prima parte];
Atto IV scena V: Antigone annunzia
ad Ismene la sua decisione (vv. 807 ss.): piena corrispondenza, quasi
letterale, tra l’inizio di questa scena e l’inizio dell’Antigone
di Sofocle [inizio effettivo della seconda parte].
Come
si vede, il sovrapporsi delle sue sezioni rende quasi l’effetto di una
dissolvenza incrociata: una serie di eventi dolorosi si conclude (di
molti dei
fatti avvenuti non si parlerà più nella seconda parte della tragedia) e
una
nuova serie di dolori e di tensioni si preannuncia.
Conclusioni.
La
costruzione in due blocchi e la dipendenza da fonti letterarie molto
differenti
per ragioni stilistiche, culturali, contenutistiche non ha permesso di
dare un
carattere del tutto omogeneo alla tragedia di Rotrou. In più di un caso
si
possono rilevare, se non contraddizioni, quanto meno forzature e
incoerenze. Si
aggiunga che anche la volontà dell’autore di mantenere alta la tensione
espositiva in qualche caso va a scapito della chiarezza e della
linearità. L’Antigone di Rotrou può essere
considerata come la giustapposizione di due sezioni la cui saldatura
non è
stata realizzata compiutamente, nonostante i suoi tentativi di creare
motivi di
raccordo tra le due parti. Tra avvenimenti rappresentati sulla scena,
avvenimenti raccontati, avvenimenti semplicemente evocati, il
sovraccarico
sembra alla fine eccessivo.
Nella
tragedia si trovano passaggi di buona fattura artistica, accanto a
qualche
caduta e a qualche leziosaggine, in parte determinata anche dal gusto
dell’epoca. Ad esempio, nel primo dialogo tra Emone e Antigone (atto I,
sc. IV)
così Emone interrompe con un’immagine barocca e galante un’accorata
riflessione
sull’insolenza di Creonte che fa presagire nuove disgrazie:
mon
père,
Qui,
forçant tout respect, ose bien à vos yeux,
Ces
astres qui pourraient s’imposer aux Dieux,
Passer
insolemment jusqu’à cette licence (vv. 140-43)
... mio padre, che, oltrepassando qualsiasi riguardo, osa
dinanzi ai
vostri occhi, queste stelle che potrebbero predominare sugli dèi,
giungere con
insolenza fino a questa licenza.
Rotrou
ha ripreso i temi fondamentali dell’Antigone
sofoclea adattandoli alla problematica del suo tempo.
La parola chiave
della tragedia è la parola “natura”: il combattimento tra i fratelli,
l’odio
che divide i vari personaggi apparentati tra loro, il bando di Creonte
sono
tutti affronti e oltraggi di fronte alle esigenze della Natura. La Natura è la vera
sconfitta
di tutta questa vicenda drammatica, come dice sinteticamente Emone poco
prima
di darsi la morte (vv. 1741 ss.), e come aveva già detto Antigone alla
notizia
della morte dei fratelli (vv. 696 ss.). Rispettosi delle esigenze della
natura
(e dunque delle leggi divine) sono Giocasta, Antigone, Emone, Argia,
alla fine
anche Ismene, perché si oppongono ad avvenimenti che fanno dimenticare
le
esigenze della natura e portano ad esaltare i propri egoismi personali,
i
propri atavici sentimenti di odio, in una parola il fondo spregevole e
meschino
della propria personalità. A differenza di quanto avviene in Sofocle,
Antigone
non è il solo personaggio positivo del dramma: altri condividono le sue
stesse
esigenze e la sua sensibilità, e altri sono capaci quanto lei di
prendere
decisioni e di andare fino in fondo alle decisioni prese: ciò non
toglie che
Antigone abbia comunque nel dramma una posizione centrale che non è
intaccata
se non in piccola parte dalla presenza di altri personaggi positivi.
Basta fare
un confronto tra Antigone e Argia: Argia è un doppione di Antigone dal
punto di
vista ideale, non introduce nessun elemento di novità per quanto
riguarda la
coscienza etica che la muove, è capace quanto Antigone di agire e di
rimanere
ferma nella decisione: ma Argia è soltanto una breve apparizione,
compare sulla
scena per poi disintegrarsi nel nulla: dopo la decisione di metterla in
carcere, di lei non sapremo più nulla, e in fondo questo venir meno del
personaggio non procura nessun rimpianto nello spettatore, che non è
ansioso di
sapere le sue notizie. In sostanza, nonostante la presenza di un
contorno che
potrebbe anche riuscire soffocante, l’unicità di Antigone può risultare
intaccata o sminuita, ma non cancellata. Tuttavia questa unicità non è
dovuta a
una scelta di Rotrou, ma alla presenza di alcuni tratti indelebili
tracciati da
Sofocle che le riprese e gli adattamenti successivi non possono
cancellare.
Antigone è un personaggio che può essere riletto, rielaborato,
modificato,
adattato alle esigenze dell’epoca: non a caso un critico e studioso di
letteratura
francese come il De Nardis ha ravvisato nel teatro francese del
XVI-XVII secolo
differenti riletture del personaggio (l’Antigone cristiana di Garnier,
l’Antigone cristiano-laica di Rotrou, l’Antigone giansenista di Racine,
l’Antigone laica di Boyer); al di là di tutto però resta l’Antigone di
Sofocle,
che rifrange come un prisma i colori delle diverse riletture e
interpretazioni
a cui viene sottoposta nelle varie epoche.
La
Natura è il
Leitmotiv dell’Antigone di Rotrou, ma su questo
s’innestano anche altre tematiche:
l’amore di Antigone per Emone, un amore ricambiato, che potrebbe
avviarsi verso
una conclusione felice, se il progredire degli eventi non disponesse
diversamente; il motivo dinastico che oppone Creonte alla stirpe di
Edipo;
l’inganno degli oracoli, che convincono Meneceo a un inutile
sacrificio; il
tema politico, nelle frequenti riflessioni sui doveri dei re e sul
metodo di
reggere il governo; e poi il tema della fortuna, e tanti altri motivi
che fanno
di questa tragedia un grande affresco in cui prevalgono le tinte forti
e buie,
ma in cui manca, in sostanza, un disegno unitario e un approfondimento
delle
molte, forse troppe, tematiche suscitate.
Nota bibliografica
Questa pagina rappresenta un approfondimento dell'articolo
L’Antigone
di Sofocle e le sue letture moderne (apparso nella
rivista “Nuovo Areopago” del 1982 e ripubblicato in Zetesis 1/1991: ora
disponibile anche sul sito di Zetesis all’indirizzo http://www.rivistazetesis.it/Antigone.htm):
rinviamo pertanto a questo scritto per tutto ciò che concerne i
caratteri
generali del personaggio di Sofocle e la sopravvivenza (sua e della
tragedia
sofoclea) nel teatro successivo.
L’edizione
standard dell’Antigone di
Rotrou è quella curata da Bénédicte Louvat e pubblicata
in J. de Rotrou, Théâtre complet, Tome 2,
Paris, Société de Textes
Français modernes, 1999 (dalla quale sono citati i passaggi riferiti
nel nostro
articolo).
Testo online della tragedia a questo link:
clicca qui. L'Antigone di Garnier si può leggere
(nell'edizione del 1580) a questo link:
clicca qui.
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