"Il patrimonio greco, criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana" (Benedetto XVI) "La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma" (Benedetto XVI)
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ROMANITÀ E GERMANESIMO NELL’ETÀ DELLE INVASIONI:
ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’INCONTRO DELLE DUE CULTURE
di Marco Sannazaro
Tra i popoli che premevano al confini dell’impero e che ne minacciavano l’esistenza, i Germani furono forse quelli che i Romani temettero di più e meno compresero. Cesare ne aveva sottolineato la selvatichezza e 1’animosità, superiore a quella dei Galli (1), già Seneca aveva avuto occasione di confrontare la vita naturale dei barbari del Nord colle mollezze della civiltà romana traendone conclusioni morali (2), ma è con Tacito che la riflessione sui Germani si arricchisce di nuovi giudizi e preoccupazioni. Innanzitutto il pericolo rappresentato dai popoli d’oltre Reno è valutato in tutta la sua portata: dal 113 a.C. ai suoi tempi i Germani erano stati ripetutamente sconfitti, ma mai debellati, la loro indipendenza (Germanorum libertas) risultava invincibile e la minaccia di queste genti superiore a quella antica di Sanniti e Cartaginesi e contemporanea dei Parti (3). Inoltre, se bisognava ammirare l’amore che quei selvaggi incontaminati provavano per la libertà e le armi e parlarne doveva stimolare i Romani a recuperare le antiche virtù. Tacito comunque giudicava negativamente i Germani per la mancanza di cultura e politeia, per l’incapacità di una vita sociale stabile basata sul lavoro e le leggi. Il timore e il disprezzo rendono lo scrittore soddisfatto quando i Germani sono massacrati dai legionari o meglio quando si massacrano a vicenda:
Maneat, quaeso, duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui, quando urgentibus iam imperii fatis nihil iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam (4).
Nei
secoli successivi tale atteggiamento si rafforza e si diffonde con la crescente
instabilità dell’impero, determinando negli scritti degli intellettuali
affermazioni sempre più feroci, negli sfoghi della folla e nelle risoluzioni dei
politici fenomeni di intolleranza e talora genocidio. Per Ammiano i Goti
vittoriosi dopo Adrianopoli sono “come bestie feroci aizzate dall’odore di
sangue”; il confronto con le fiere ritorna in S. Gerolamo e ancora in Prudenzio
all’inizio del V sec.: sed tantum distant Romana et barbara
quantum quadrupedes abiuncta est bipedi, vel muta loquenti
(5). Tra gli episodi di intolleranza antigermanica e di linciaggio ricordiamo
quelli di Tessalonica del 310, che portarono alla morte del governatore goto
della città, quelli di Costantinopoli del 400 col massacro dei goti di
Gainas, gli avvenimenti italiani del 408 che videro, alla morte di Stilicone, le
truppe di nazionalità romana massacrare le famiglie dei federati germanici. Ma
soprattutto sottolineiamo la disumanità e il disinteresse mostrato dai Romani
nei confronti dei Visigoti che nel 374, fuggendo l’avanzata unna, vennero
accolti nell’impero e dislocati in Tracia: i governatori locali negarono loro il
necessario per vivere e giunsero, speculando sulla situazione, a vendere loro
carne di cane al prezzo di uno schiavo per animale
(6).
Il pericolo rappresentato dai Germani dipendeva più dalle debolezze dell’Impero che dalle reali capacità dei barbari: le continue usurpazioni determinavano scontri intestini e sguarnivano le frontiere, gli abitanti dell’impero non sapevano difendersi da soli, la spaventosa crisi finanziaria unita a quella demografica rendeva impossibile mantenere eserciti numerosi ed efficienti. In questa situazione i Romani avevano bisogno dei barbari che impiegavano massicciamente negli eserciti e avrebbero potuto risolvere la crisi demografica ed economica; ma ai Romani del basso impero mancava la convinzione profonda che aveva fatto grande Roma e che ancora l’imperatore Claudio proclamava in un famoso discorso al senato: la capacità di assimilare alla propria cultura altri popoli e di rinnovarsi con forze fresche (7). La diffidenza impediva di riconoscere il sincero desiderio di tanti Germani di essere accolti e di poter divenire romani, e di valutare correttamente la fedele collaborazione alla salvaguardia dell’impero di tanti ufficiali di origine barbara.
Persino i Cristiani giudicavano negativamente i Germani: nel loro legittimismo vedono in essi forze apocalittiche e diaboliche intente a distruggere la società civile e non intendono preoccuparsi della loro conversione. Un vescovo arriva ad affermare che chiunque cercasse di convertire i barbari sarebbe colpevole di empietà (8). La conversione al Cristianesimo dei barbari non fu vista nemmeno sotto il profilo della convenienza politica, aspetto che i Romani coglieranno solo al tempo di Giustiniano. Prima del 476 non esistevano popoli germanici convertiti al cattolicesimo al di fuori dell’impero ad eccezione dei Rugi, non venivano inviati missionari, e le conversioni tra i barbari avvenivano per scelta personale o sulla spinta dei prigionieri. Del resto lo stesso Wulfila si era recato tra i Goti non per evangelizzarli direttamente, ma inizialmente per occuparsi delle popolazioni di origine romana loro soggette (9).
Un giudizio diverso nel confronti del Germani comincia ad affiorare in S. Agostino che ne riconosce l’umanità (sub dominatione gentis licet barbarae, tamen humanae) e in scrittori del V sec. quali Paolo Orosio e Salviano, che evidenziano come il mondo non finisca con l’impero romano e come talora gli stati barbarici risultino più rispettosi della dignità dei sudditi di quello romano. Ricordano tra l’altro che molti preferivano fuggire tra i barbari per evitare l’oppressione di proprietari ed esattori: Romani qui malint inter barbaros pauperem libertatem quam inter Romanos tributariam sollicitudinem sustinere (10).
Per quello che possiamo conoscere, l’atteggiamento dei Germani nei confronti della civiltà romana risulta a sua volta, sin dai primi contatti, duplice: stupita ammirazione e implacabile odio.
E’
ancora Tacito che evidenzia letterariamente questo atteggiamento ricostruendo un
episodio del 16 d.C. Da una sponda all’altra del fiume Weser si parlano e si
insultano Arminio, il vincitore di Teutoburgo, e il fratello Flavo che combatte
per i Romani e che per essi ha già perso un occhio. Quest’ultimo vanta i
compensi e i premi ricevuti per il suo servizio (la paga aumentata dopo la
perdita dell’occhio, la collana, la corona e le altre ricompense militari) che
Arminio però giudica prezzo della schiavitù. Flavo ricorda allora la grandezza e
la potenza dei Romani, la durezza dei loro castighi, ma anche la clemenza
mostrata ai vinti; Arminio la libertà avita e i doveri verso la patria che il
fratello ha tradito. Il tono del colloquio si fa così aspro che i due fratelli
vorrebbero venire alla mani (11). L’odio di Arminio nasce dalla
necessità di difendere la propria indipendenza; la scelta filoromana di Flavo
sembra determinata soprattutto dalle ricompense romane, ma anche da una sincera
ammirazione per una società così evoluta. Le idee del fratello di Arminio
dovevano diffondersi con successo tra i Germani e convincere molti ad arruolarsi
negli eserciti imperiali. Contingenti germanici militano nell’esercito romano
già con Cesare, ma è dall’epoca della grande anarchia che il fenomeno
s’ingigantisce; con Costantino incontriamo i primi magistri militum
germanici, con Teodosio il sistema dei foederati, che permette al popoli
germanici d’insediarsi entro i confini dell’impero conservando le proprie
caratteristiche culturali e politiche, e una più accentuata barbarizzazione
degli eserciti (12). Sono i barbari germanici a difendere
fisicamente l’impero dai suoi nemici: nell’ultima grande vittoria romana in
Occidente, quella che al Mauriacus Campus ferma gli Unni di Attila,
l’esercito di Aezio si compone di pochi reggimenti romani, peraltro ricolmi di
barbari reclutati singolarmente, che combattono all’ala sinistra, ma soprattutto
di Visigoti, sulla destra, e al centro di molti altri gruppi germanici (Franchi,
Burgundi, Alani, Sassoni oltre che Armoricani e altri)
(13).
Anche all’esterno dell’impero la civiltà romana modifica le caratteristiche delle tribù germaniche. I mercanti che cercano ambra, schiavi, pellicce, i guerrieri che tornano in patria dopo aver militato per l’impero o quelli che hanno partecipato a scorrerie, introducono novità sociali e culturali. In particolare l’oro, da ornamento, diventa regolare merce di scambio, l’aumento della sua circolazione in territorio germanico come stipendio, frutto di saccheggi, contributo imperiale, crea differenziazioni sociali e il costituirsi di una classe aristocratica di guerrieri (14).
Nei ceti
dirigenti barbarici maturano nuove tendenze: tre secoli e mezzo dopo l’incontro
di Arminio e Flavo i Germani non devono più scegliere tra accettazione del
dominio romano o resistenza, non sono più sulla difensiva, ma si chiedono se sia
meglio attaccarlo e distruggerlo o fondersi con esso. Zosimo ricorda un episodio
nel quale ad un pranzo di corte offerto a Costantinopoli da Teodosio partecipano
due principi goti che, spinti dal vino, manifestano apertamente le proprie
convinzioni e discutono accesamente. Eriulfo, ariano, vorrebbe la distruzione
completa dell’impero romano, Fravitta, pagano ma sposato ad una romana, vede il
futuro dei Goti in una stretta alleanza con i Romani; ancora una volta la
discussione trascende e fuori del palazzo Fravitta aggredisce Eriulfo e lo
uccide (15).
Queste
due inconciliabili posizioni risultano prese in considerazione anche da Ataulfo.
Stando al racconto che un personaggio degno di fede avrebbe fatto a S. Gerolamo,
il successore di Alarico in un primo momento voleva eliminare senza lasciare
tracce il Romanum imperium sostituendolo con un Gothorum imperium
e desiderava diventare per i Goti ciò che Augusto era stato per i Romani.
Successivamente, ritenendo che l’insofferenza alle leggi del suo popolo rendesse
difficile il progetto e sentendo comunque la necessità delle leggi, aveva
pensato di restaurare con la forza dei suoi guerrieri l’impero, cosicché se non
poteva essere immutator, sarebbe stato Romanae restitutionis auctor
(16). L’ambizioso piano di Ataulfo presuppone una meditata
e lucida riflessione sul valore della romanità e la capacità di andare oltre la
legge del più forte. Non sorprende di riconoscere tale visione in un Goto; essi
infatti erano tra i Germani i più civili, la loro cultura univa alle
consuetudini tradizionali del popolo germanico influssi scitici e di altri
popoli delle steppe come gli Unni, ma era stato, e ormai da qualche secolo,
prepotentemente influenzato dalla civiltà romana.
Unici tra i Germani, i Goti possedevano una lingua scritta, anche se probabilmente limitata agli ambiti religiosi; erano cristiani ariani e facevano della loro fede religiosa un alimento del nazionalismo; sappiamo che possedevano un’epica popolare che tramandava le gesta dagli antichi e nuovi re e che continuerà nelle più tarde saghe germaniche e scandinave trasmettendo nomi di eroi goti come Dietrieh von Bern (Teodorico di Verona). Esistevano uomini di cultura goti: le fonti ricordano tre preti interessati a questioni di esegesi biblica che si rivolgono a S. Gerolamo e nell’avanzato VI sec. risultano di origine gota Giordane e Giovanni di Biclaro (17).
Non
stupisce quindi che sia di un goto il più significativo tentativo di superare il
contrasto tra i Germani e i Romani e di trovare una soluzione che eviti la
sopraffazione dell’uno sull’altro e determini una civiltà diversa. Quando
Teodorico l’Amalo arriva in Italia, progetta di salvare le strutture fatiscenti
del passato, di rispettare dignità e prerogative delle classi dirigenti cui
chiederà collaborazione, di garantire sicurezza e benessere al popolo,
tolleranza alla Chiesa. I Goti, forza militare del regno, devono per Teodorico
conservare le loro caratteristiche etnico-religiose, mantenendosi distinti dai
Romani.
Ma devono altresì sviluppare le loro capacità anche al di fuori
dall’ambito militare ed alimentare la loro originala cultura modellandola su
quella romana. Il re immagina un’opera di acculturazione che renda i Goti civili
quanto i Romani e il nuovo stato latino e goto come prima era stato
latino e greco.
La
restaurazione giustinianea cancellerà molte testimonianze di questo tentativo,
ma dai pochi elementi conservati sappiamo che in Italia veniva costituendosi una
tradizione letteraria gota: amanuensi germanici preparavano nuovi codici della
Bibbia di Wulfila, alcuni preziosissimi, si scrivevano testi teologici e
persino atti privati; alla corte di Ravenna molti aristocratici erano ammirati
per la conoscenza di tre lingue (goto, latino, greco) e anche qualche
prestigioso personaggio della nobiltà romana non si vergognava di far apprendere
ai figli il gotico; si voleva anche esaltare il passato del popolo di Teodorico
scrivendone in latino la storia (se ne occuperanno prima Cassiodoro e poi
Giordane) (18). Teodorico crede che un popolo civile goto possa
coesistere meglio coi sudditi romani e possa presentarsi agli altri Germani come
modello culturale e guida alla ricostruzione dell’impero d’occidente.
Incomprensioni romane e gote, la politica avversa di Bizantini e Franchi, i
problemi religiosi vanificheranno questo sogno rimandando all’età carolina la
costruzione di un’Europa diversa.
NOTE
(1) B.G. VI, 21-24.
(2) Cfr. Dial. IV, 11,3-4.
(3) Sescentesimum et quadragesimum annum urbs nostra agebat, cum primum Cimbrorum audita sunt arma Caecilio Metello et Papirio Carbone consulibus. Ex quo si ad alterum imperatoris Traiani consulatum computemus, ducenti ferme et decem anni colliguntur: tamdiu Germania vincitur. Medio tam longi aevi spatio multa in vicem damna. Non Samnis, non Poeni, non Hispaniae Galliaeve, ne Parthi quidem saepius admonuere: quippe regno Arsacis acrior est Germanorum libertas (Germania, 37).
(4) Germania, 33.
(5) Cfr. Amm. XXXI, 15,2; Hier., Ep. 77,8; Prud., Contra Symmachum II, 816-17.
(6) Per questi episodi cfr. A.H.M. Jones, Il tardo impero romano. Milano, 1973, pp. 231; 239; e 200-201.
(7) Cfr. Dessau, 212 e Tac., Ann.. XI
(8) Su questi aspetti cfr. E.A. Thompson, Romans and Barbarians, Madison-London 1982, pp. 240-245.
(9) Ibidem.
(10) Oros., Hist. adv. pag., VII 41, 7; inoltre Aug., De civ. Dei I, 14 e Sermo 105, 7, 9; Sermo 81, 9; Salv., De Gurbernatione Dei, V, 6.
(11) Tac., Ann. II, 9-10.
(12) Cfr. Thompson, cit., pp. 236-240.
(13) Cfr. M. Manitius, Le migrazioni germaniche, in Storia del mondo medievale (Cambridge University), I, Milano 1978, pp. 278-279.
(14) Cfr. A. Alföldi, Le invasioni dalla popolazioni stanziate dal Reno al mar Nero, in Storia del mondo antico (Cambridge University), IX, Milano 1974, pp.472-477.
(15) Zos., IV,56,l ss.
(16) Oros., Hist. adv. pag. VII, 43; cfr. O. Bertolini, “Gothia” e “Romania”, in I Goti in Occidente, Settimane di studio del CISAM, Spoleto 1956, pp. 13 ss.
(17) Sull’acculturazione dei Goti cfr. P. G. Scardigli, I rapporti fra Goti e Romani nel III e IV sec., in Rom Barb., 1 (1976), p. 271 ss.
(18) Sugli aspetti della presenza gota in Italia, soprattutto per quanto riguarda le tracce materiali cfr. S. Lusardi Siena, Sulle tracce della presenza gota in Italia, il contributo delle fonti archeologiche, in Magistra Barbaritas, Milano 1984, pp. 513 ss.; sulla tradizione letteraria gota cfr. P.G. Scardigli, Lingua e Storia dei Goti, Firenze 1964, p. 186 ss.; in generale sulle ideologie del tempo: P.M. Arcari, Idee e sentimenti politici dell’alto medioevo, Milano 1968, pp. 131 ss.
1. Stilicone, con la moglie Serena (nipote dell'imperatore Teodosio) e il figlio Eucherio. Dittico del IV-V sec. conservato nel Museo di Monza. - 2. La foresta di Teutoburgo col monumento ad Arminio. 3. Gioiello svedese che rappresenta un serpente attorcigliato (VII sec. d.C.). Sullo sfondo una pagina del Codex argenteus (Uppsala) con la versione gotica della Bibbia.
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